Negli ultimi anni il nome del vulcano sottomarino Marsili torna regolarmente al centro del dibattito pubblico ogni volta che un terremoto interessa il Tirreno meridionale. È una reazione comprensibile: parliamo del più grande edificio vulcanico attivo d’Europa, nascosto sotto il mare, e quindi percepito come poco conosciuto e potenzialmente minaccioso. Ma qual è la realtà scientifica dietro il Marsili? È davvero “non monitorato”? E che ruolo ha nella sismicità dell’area?
Il Marsili si trova nel settore centrale del bacino tirrenico e si eleva per oltre 3.000 metri dal fondale, con la sua sommità che arriva a circa 500 metri sotto il livello del mare. Si tratta di un enorme vulcano a scudo, attraversato da numerose fratture e costellato da decine di centri eruttivi secondari. Le ricerche condotte negli ultimi decenni hanno evidenziato un’intensa circolazione di fluidi idrotermali e una sismicità superficiale diffusa, generalmente di bassa magnitudo, legata alla fratturazione delle rocce vulcaniche.

Contrariamente a quanto spesso si legge, il Marsili non è affatto ignorato dalla comunità scientifica. Da anni è oggetto di campagne oceanografiche e studi geofisici coordinati da enti come INGV e CNR, che hanno permesso di ricostruirne la morfologia, la struttura interna e lo stato di attività. È vero che, essendo sommerso, non dispone ancora di una rete strumentale permanente paragonabile a quella dei vulcani emersi come Etna o Vesuvio. Tuttavia, le indagini sismiche, magnetiche e geochimiche forniscono informazioni fondamentali per valutare la pericolosità e, soprattutto, la stabilità dei suoi fianchi.
Dal punto di vista degli scenari di rischio, le simulazioni indicano che un’eventuale eruzione sottomarina di bassa energia, alle profondità attuali, avrebbe effetti limitati in superficie: degassamento, emissione di materiale galleggiante e fenomeni locali, simili a quanto osservato alle Canarie durante l’eruzione di El Hierro (2011). Gli scenari più delicati non sono tanto legati all’eruzione in sé, quanto alla possibilità – ritenuta rara – di collassi gravitativi di porzioni dell’edificio vulcanico, eventi che in teoria potrebbero generare onde di tsunami capaci di propagarsi verso le coste tirreniche e le Eolie.

Per quanto riguarda i terremoti del Tirreno meridionale, è fondamentale fare chiarezza: la maggior parte degli eventi sismici è di origine tettonica e legata alla complessa dinamica di subduzione della litosfera ionica sotto l’Arco Calabro. Questa struttura profonda è responsabile di terremoti anche a grande profondità, che nulla hanno a che vedere con l’attività diretta del Marsili. Il vulcano si inserisce in questo contesto geodinamico, ma non ogni scossa può essere attribuita automaticamente a un’origine vulcanica. Stabilire un collegamento richiede analisi sismologiche dettagliate, in grado di distinguere tra sorgenti tettoniche e processi superficiali legati al vulcanismo.
In sintesi, il Marsili è un gigante nascosto ma studiato, inserito in un’area geologicamente complessa e dinamica. Comprenderne il funzionamento significa evitare allarmismi infondati e affidarsi a un approccio scientifico basato su dati, monitoraggio e valutazione del rischio: l’unica strada efficace per convivere con un territorio naturalmente attivo come il Tirreno meridionale.


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