Il lato oscuro della sicurezza alimentare: riso, mais e manioca superano caffè e cacao nell’impatto di deforestazione

Uno studio pionieristico svela come le colture di sussistenza stiano silenziosamente ridisegnando le foreste del pianeta

Un nuovo paradigma nella comprensione dei sistemi alimentari globali è emerso grazie a una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Food. Lo studio, intitolato “Global patterns of commodity-driven deforestation and associated carbon emissions”, getta luce su una realtà finora rimasta nell’ombra dei mercati internazionali. Sebbene l’attenzione mediatica e normativa si sia concentrata quasi esclusivamente su prodotti destinati all’esportazione verso i mercati più ricchi, come la carne bovina, l’olio di palma e la soia, i dati rivelano che le colture di base come il riso, il mais e la manioca giocano un ruolo determinante nella perdita di superficie forestale. Gli autori della ricerca, il dottor Chandrakant Singh, ricercatore presso il Dipartimento di Spazio, Terra e Ambiente della Chalmers University of Technology, e il professor U. Martin Persson, docente presso la medesima istituzione, hanno dimostrato che queste tre colture sommate sono responsabili dell’11% della deforestazione globale, superando l’impatto combinato di prodotti simbolo come il cacao, il caffè e la gomma.

Il modello DeDuCE e la nuova geografia della perdita forestale globale

Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno sviluppato un innovativo quadro di modellazione denominato DeDuCE, acronimo di Deforestation Driver and Carbon Emissions. Questo strumento rappresenta un passo avanti fondamentale rispetto alle metodologie tradizionali, poiché riesce a fondere la precisione dei dati satellitari ad alta risoluzione sulla perdita di copertura arborea con la capillarità delle statistiche agricole nazionali e subnazionali. Analizzando 184 materie prime in 179 paesi nel periodo compreso tra il 2001 e il 2022, il modello ha permesso di mappare con un dettaglio senza precedenti l’impronta ecologica di ogni singola coltura. A differenza delle merci regolamentate da normative recenti come l’EUDR (European Union Deforestation Regulation), che sono spesso geograficamente concentrate in aree specifiche come il Sud-est asiatico per l’olio di palma, l’impatto delle colture di base risulta drammaticamente distribuito su scala planetaria, rendendo il monitoraggio e la conservazione una sfida di natura universale.

Numeri allarmanti per il clima e il bilancio del carbonio terrestre

L’entità del fenomeno descritta da Singh e Persson è imponente non solo in termini di superficie, ma anche per le ripercussioni sul riscaldamento globale. Lo studio stima che, nel ventennio analizzato, l’espansione delle terre coltivate, dei pascoli e delle piantagioni forestali abbia causato la perdita di 121 milioni di ettari di foresta naturale. Questa distruzione ha generato emissioni di anidride carbonica pari a 41,2 gigatonnellate, a cui vanno aggiunte le emissioni derivanti dal drenaggio delle torbiere, particolarmente gravi nel Sud-est asiatico. Sebbene l’espansione dei pascoli rimanga il singolo driver principale, responsabile del 42% della deforestazione e del 52% delle emissioni totali di carbonio, la crescita silenziosa dei campi di cereali e tuberi per il consumo interno rappresenta una minaccia crescente che mette a dura prova gli impegni presi durante i vertici internazionali sul clima.

Verso una regolamentazione inclusiva per la sostenibilità dei sistemi alimentari

L’aspetto più dirompente della notizia risiede nella necessità di rivedere radicalmente le strategie di conservazione e le politiche commerciali. Come sottolineato nel commento “News & Views” dal dottor Nguyen Tien Hoang, ricercatore presso l’Università di Tohoku e l’Istituto di Ricerca per l’Umanità e la Natura di Kyoto, le attuali normative focalizzate sulla pulizia delle catene di approvvigionamento internazionali rischiano di ignorare i sistemi alimentari domestici. La deforestazione legata alle colture di sussistenza è infatti guidata spesso dalla crescita demografica interna e dalla necessità di garantire la sicurezza alimentare locale. Integrare queste colture nei quadri normativi e nei monitoraggi globali non è più solo un’opzione accademica, ma una necessità impellente per raggiungere gli obiettivi di biodiversità e mitigazione climatica, bilanciando il diritto al cibo con la protezione degli ecosistemi forestali residui.