Mentre il rover Perseverance continua a scovare potenziali tracce biologiche nella formazione Bright Angel, una teoria audace scuote la comunità scientifica: e se il “primo contatto” fosse già avvenuto mezzo secolo fa? Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Astrobiology, la NASA potrebbe aver scoperto la vita su Marte nel 1976, per poi sterminarla accidentalmente durante le analisi. Questa provocatoria ipotesi suggerisce che i lander Viking non abbiano fallito per mancanza di prove, ma per un eccesso di zelo sperimentale che avrebbe letteralmente “annegato” dei microbi adattati a un ambiente iper-arido, impreparati a gestire l’improvvisa abbondanza d’acqua e nutrienti introdotta dai macchinari terrestri. Non si tratterebbe dunque di un deserto sterile fin dal principio, ma di un mondo che ospitava forme di vita microscopiche, entrate in contatto con l’umanità solo per essere inconsapevolmente spazzate via dai nostri stessi strumenti di ricerca. Se confermata, questa tesi trasformerebbe una delle più grandi pietre miliari dell’esplorazione spaziale in un tragico paradosso scientifico: la prova definitiva dell’esistenza di alieni potrebbe essere andata perduta proprio a causa della nostra stessa curiosità.
Il giallo delle missioni Viking
Nel 1976, le sonde Viking 1 e 2 toccarono il suolo marziano con un obiettivo ambizioso: cercare la vita. I risultati furono, all’epoca, definiti “confusi”. Sebbene un test avesse dato esito positivo per la sintesi organica con una certezza del 99,7%, altri esperimenti non fornirono conferme chiare.
Il direttore della missione di allora, Gerald Soffen, troncò ogni entusiasmo con una frase rimasta celebre: “Niente sostanze organiche, niente vita“. Le tracce rilevate furono archiviate come contaminazioni terrestri. Oggi, il professor Dirk Schulze-Makuch e i suoi colleghi suggeriscono che quella conclusione fu un tragico errore di interpretazione.
L’errore fatale: abbiamo “annegato” gli alieni?
Il cuore del sospetto risiede nel metodo utilizzato. Per cercare microbi, i lander Viking aggiunsero acqua carica di nutrienti al suolo marziano. L’idea era che eventuali organismi avrebbero consumato i nutrienti rilasciando gas radioattivo. Tuttavia, Schulze-Makuch fa notare che su Marte la vita deve essersi adattata a un ambiente iper-arido. Prendendo come esempio i microbi del deserto di Atacama sulla Terra, sappiamo che un eccesso d’acqua può essere letale per organismi abituati alla siccità estrema. In breve: la NASA potrebbe aver “affogato” i microbi marziani proprio nel tentativo di nutrirli. Questo spiegherebbe perché, dopo un’iniziale emissione di gas, i test successivi rimasero muti: l’organismo era morto.
Identikit di un marziano: il progetto “BARSOOM”
Nello studio, il team ipotizza come potrebbero essere fatti questi abitanti del Pianeta Rosso. Li hanno chiamati BARSOOM (Bacterial Autotroph Respiring with Stored Oxygen On Mars), un omaggio ai romanzi di Edgar Rice Burroughs. Questi organismi sarebbero:
- Autotrofi: capaci di produrre energia autonomamente;
- In grado di immagazzinare ossigeno: per sopravvivere alle gelide notti marziane in uno stato di semi-dormienza;
- Reattivi al vapore acqueo: pronti a risvegliarsi non appena l’umidità diventa disponibile.
Perché è urgente tornare a parlarne
La questione non è solo accademica. Con le future missioni umane all’orizzonte, comprendere se Marte ospiti già dei microrganismi è vitale. Il rischio è duplice: distruggere un ecosistema alieno prima ancora di averlo studiato o, peggio, riportare accidentalmente sulla Terra forme di vita sconosciute.
Lo scopo dello studio pubblicato su Astrobiology è riaprire un dibattito che si è interrotto 50 anni fa. Forse, la prova della vita aliena non è nascosta tra i sassi di Marte, ma negli archivi polverosi dei computer della NASA dagli anni ’70.


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