Una nube di plasma proveniente dal Sole ha raggiunto il campo magnetico terrestre ieri 4 febbraio, generando un impulso rilevato dagli strumenti di monitoraggio geomagnetico in tutto il mondo. L’evento, noto come espulsione di massa coronale (CME, dall’inglese Coronal Mass Ejection), è stato registrato alle 15:30 UTC e potrebbe provocare tempeste geomagnetiche di entità limitata. Secondo i dati raccolti dall’US Geological Survey (USGS), la perturbazione è stata chiaramente osservata presso la stazione di monitoraggio di Boulder, in Colorado, dove i magnetometri hanno registrato una variazione improvvisa di 16 nanotesla (nT). Sebbene il valore indichi un impatto significativo, non è sufficiente per generare una tempesta geomagnetica di forte intensità. Gli esperti ritengono probabili fenomeni classificati tra G1 e G2 nella scala dello Space Weather Prediction Center della NOAA, corrispondenti a tempeste geomagnetiche minori o moderate.
Cosa sono le espulsioni di massa coronale
Le espulsioni di massa coronale rappresentano enormi nubi di particelle cariche e plasma magnetizzato espulse dalla corona solare durante eventi di intensa attività del Sole. Quando queste nubi raggiungono la Terra, possono interagire con la magnetosfera, la regione dominata dal campo magnetico terrestre che protegge il pianeta dalle radiazioni cosmiche. L’interazione può generare disturbi nelle comunicazioni radio, nei sistemi di navigazione satellitare e, nei casi più intensi, nelle reti elettriche.

Gli scienziati ritengono che la CME arrivata in questi giorni sia stata originata da un potente brillamento solare di classe X8 verificatosi il 1° febbraio. I brillamenti di classe X rappresentano le esplosioni più energetiche che possono verificarsi sulla superficie del Sole, capaci di liberare enormi quantità di energia e materiale nello Spazio interplanetario.
Se le condizioni geomagnetiche lo permetteranno, l’evento potrebbe anche favorire la comparsa di aurore polari: trattandosi di una tempesta di intensità contenuta, gli effetti previsti rimangono generalmente limitati e non dovrebbero causare danni significativi alle infrastrutture tecnologiche.


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