Per 6 mesi il rover Curiosity ha vagato tra le ombre di un paesaggio che, visto dall’orbita, ricorda una fitta rete di ragnatele giganti. Si tratta delle formazioni boxwork: creste di roccia alte 1-2 metri che si incrociano disegnando labirinti geometrici sulla superficie marziana. Queste strutture non sono solo un’anomalia geologica affascinante; sono “capsule del tempo” che raccontano una storia diversa sul passato di Marte. Secondo i dati raccolti, l’acqua sotterranea avrebbe continuato a scorrere in questa regione molto più tardi rispetto a quanto suggerito dai modelli precedenti, sollevando nuove domande su quanto a lungo la vita microbica possa essere sopravvissuta prima che il pianeta diventasse un deserto gelato.
Cos’è il “boxwork” e perché è importante?
Sulla Terra, le strutture boxwork si trovano raramente all’aperto – di solito si formano nelle grotte o in ambienti molto secchi – e superano raramente i pochi centimetri. Su Marte, invece, assumono proporzioni monumentali, ergendosi come muri in miniatura tra conche sabbiose.
La loro formazione segue un processo affascinante:
- Fratturazione: anticamente, l’acqua scorreva attraverso grandi crepe nel sottosuolo;
- Mineralizzazione: i minerali trasportati dall’acqua si sono depositati nelle crepe, cementandole e rendendole più dure della roccia circostante;
- Erosione: nel corso di miliardi di anni, il vento ha spazzato via la roccia più tenera, lasciando “scheletri” minerali che oggi formano le pareti delle creste.
“Vedere il boxwork così in alto sul Monte Sharp suggerisce che il livello della falda acquifera dovesse essere piuttosto elevato“, spiega Tina Seeger della Rice University. “Questo significa che l’acqua necessaria per sostenere la vita potrebbe essere durata molto più a lungo di quanto pensassimo“.

Un puzzle geologico tra minerali e fratture
Le indagini ravvicinate di Curiosity hanno permesso di confermare ipotesi che finora erano basate solo su immagini satellitari sfocate. Il rover ha identificato chiaramente le fratture centrali lungo le creste, confermando che l’acqua carica di minerali è effettivamente filtrata attraverso la roccia.
Tuttavia, la geologia marziana ha riservato una sorpresa: la scoperta di noduli, ovvero piccoli ammassi minerali che indicano il passaggio di acqua, in posizioni inaspettate. Invece di trovarsi vicino alle fratture principali, questi noduli compaiono lungo le pareti delle creste e nelle conche sabbiose. Questa distribuzione suggerisce una storia complessa, fatta di molteplici episodi di allagamento sotterraneo in cui l’acqua ha depositato minerali differenti, come le argille trovate nelle parti alte e i carbonati individuati nei sedimenti delle valli.
Un laboratorio mobile su terreni estremi
Guidare un rover delle dimensioni di un SUV (circa 900 kg) sopra creste sottili non è un compito facile. Gli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory (JPL) hanno dovuto affrontare sfide costanti per evitare che le ruote di Curiosity scivolassero nella sabbia soffice.
Per analizzare queste rocce, Curiosity ha utilizzato il suo trapano a percussione, raccogliendo campioni che sono stati poi “cucinati” e analizzati ai raggi X. Recentemente, il team ha impiegato la “chimica umida” (wet chemistry), una tecnica speciale riservata ai bersagli più promettenti: i campioni vengono trattati con reagenti chimici per facilitare l’individuazione di molecole organiche, i mattoni fondamentali per la vita per come la conosciamo.
Il prossimo capitolo
A marzo, Curiosity saluterà le “ragnatele” di pietra per addentrarsi in una regione ricca di solfati, minerali salini che si formano quando l’acqua evapora definitivamente. Sarà un passaggio cruciale per capire come il clima di Marte sia passato da un mondo potenzialmente ospitale al deserto radioattivo di oggi. Il viaggio sul Monte Sharp continua, e ogni metro guadagnato in altezza ci regala un nuovo frammento del puzzle marziano.


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