L’esplorazione umana dello spazio profondo ha compiuto un passo decisivo verso la sostenibilità grazie a due studi scientifici pubblicati recentemente sulla prestigiosa rivista Scientific Reports. Queste ricerche affrontano uno dei nodi cruciali per le future colonie extraterrestri: la capacità della vita di adattarsi e riprodursi utilizzando le risorse disponibili in situ. Da un lato, un team guidato da Jessica Atkin ha dimostrato che è possibile far produrre semi a piante di ceci coltivate in un simulante di regolite lunare grazie all’ausilio di funghi e vermicompost. Dall’altro, lo studio di Jyothi Basapathi Raghavendra ha evidenziato come alcuni microrganismi siano in grado di proliferare in un ambiente simile a quello marziano assorbendo l’umidità direttamente dall’atmosfera.
La rigenerazione del suolo lunare per la coltivazione dei ceci
La regolite lunare rappresenta un ambiente estremamente ostile per l’agricoltura a causa della sua struttura angolare, della mancanza di materia organica e della presenza di metalli potenzialmente tossici come alluminio e zinco. Nello studio condotto in collaborazione tra l’Università del Texas ad Austin e la Texas A&M University, i ricercatori hanno testato una metodologia di biorisanamento per trasformare questa “polvere di stelle” in un mezzo di crescita produttivo. Il focus della ricerca si è concentrato sul cece (Cicer arietinum), scelto per il suo alto valore nutrizionale e la sua nota resistenza agli stress.
Per superare le barriere naturali del suolo lunare, gli scienziati hanno introdotto due elementi chiave derivati dalle tecniche di rigenerazione terrestre: il vermicompost e i funghi micorrizici arbuscolari (AMF). Il vermicompost, un sottoprodotto del metabolismo dei lombrichi rossi, fornisce nutrienti essenziali e un microbioma diversificato. Parallelamente, i funghi AMF stabiliscono una simbiosi con le radici della pianta, migliorando l’assorbimento dell’acqua e, cosa fondamentale, sequestrando i metalli pesanti per evitare che danneggino i tessuti vegetali.

Il successo della riproduzione in condizioni extraterrestri simulate
I risultati dell’esperimento sono stati straordinari: per la prima volta, i ceci sono riusciti a fiorire e a produrre semi in miscele contenenti fino al 75% di simulante lunare. Sebbene le piante coltivate nel suolo lunare abbiano mostrato segni di stress fisiologico, come una crescita più ridotta e un ingiallimento delle foglie rispetto ai controlli coltivati in terriccio standard, l’inoculazione con i funghi ha fatto una differenza vitale. Nelle piante trattate con AMF, si è osservata una massa radicale e aerea significativamente superiore.
Un dato particolarmente incoraggiante riguarda la qualità del raccolto: nonostante il numero totale di baccelli sia diminuito con l’aumentare della concentrazione di regolite, il peso dei singoli semi è rimasto stabile e paragonabile a quello delle piante cresciute sulla Terra. Questo suggerisce che, una volta avviata la fase riproduttiva, la pianta è in grado di portare a termine lo sviluppo del seme in modo efficiente. Inoltre, i funghi micorrizici hanno dimostrato di poter colonizzare le radici anche nel simulante puro al 100%, migliorando la stabilità strutturale del suolo attraverso la formazione di aggregati.

La vita su Marte tra polvere basaltica e umidità atmosferica
Mentre la ricerca lunare si concentrava sulla botanica, lo studio di Raghavendra e del suo team ha esplorato i limiti della microbiologia in uno scenario marziano. Su Marte l’acqua liquida è instabile, ma esiste un consistente scambio di vapore tra l’atmosfera e il terreno. I ricercatori hanno utilizzato il Mojave Mars Simulant 2 (MMS-2), un basalto modificato per imitare la composizione chimica del suolo del Pianeta Rosso, per monitorare la crescita di microrganismi indigeni in condizioni di scarsa disponibilità idrica.
L’esperimento ha dimostrato che la vita può persistere e accumulare DNA anche quando l’acqua viene fornita esclusivamente sotto forma di vapore atmosferico. Con un’attività dell’acqua pari a 0,34, un livello considerato estremamente arido e paragonabile ad alcune regioni marziane durante la notte, è stato rilevato un incremento significativo della massa di DNA entro i primi 30 giorni. Questo accumulo di materiale genetico è un indicatore cruciale di una possibile replicazione cellulare in ambienti che finora erano considerati troppo secchi per sostenere attivamente la vita.

Nuove frontiere per l’astrobiologia e la protezione planetaria
Questi studi non solo aprono la strada alla futura agricoltura spaziale, ma hanno anche profonde implicazioni per la protezione planetaria. La scoperta che i microbi terrestri possono crescere a livelli di umidità così bassi suggerisce che il rischio di contaminazione biologica di Marte da parte delle missioni umane deve essere valutato con estrema attenzione. Al contempo, la resilienza dimostrata dai microbi nel simulante marziano e il successo del sistema simbiotico lunare indicano che le nicchie abitabili nello spazio potrebbero essere molto più numerose di quanto ipotizzato in precedenza.
In futuro, sarà essenziale testare queste tecniche in condizioni ancora più realistiche, includendo i cicli termici giornalieri e le pressioni atmosferiche ridotte tipiche di Marte e della Luna. Tuttavia, i risultati attuali forniscono già una base solida: la combinazione di biologia terrestre e risorse minerarie spaziali potrebbe essere la chiave per trasformare l’ambiente extraterrestre in una nuova casa per l’umanità.




Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?