Alieni, il Grande Silenzio ha una spiegazione? Siamo solo “sintonizzati” male

Le tempeste stellari e il plasma potrebbero agire come una "nebbia" cosmica, rendendo invisibili le trasmissioni delle civiltà extraterrestri ai nostri radiotelescopi

Da oltre 60 anni scrutiamo il cosmo alla ricerca di un “Ciao” tecnologico, ma finora l’universo è rimasto ostinatamente muto. Questo fenomeno, noto come il Grande Silenzio, ha alimentato per decenni il Paradosso di Fermi: se la vita è comune, dove sono tutti quanti? Una nuova ricerca condotta dal SETI Institute, pubblicata su The Astrophysical Journal, suggerisce che gli alieni potrebbero effettivamente trasmettere, ma i loro messaggi arrivano a noi “sfocati” a causa del meteo spaziale.

La Kryptonite dei segnali radio: il plasma stellare

Il termine “meteo spaziale” non si riferisce a pioggia o vento, ma a disturbi elettromagnetici causati da radiazioni, venti stellari ed espulsioni di massa coronale (CME). Quando una stella genera un’eruzione, lancia nello Spazio enormi quantità di plasma ed elettroni.

Per i segnali radio coerenti, questo materiale è come la Kryptonite. Quando un’onda radio attraversa una nube di particelle cariche, subisce vari effetti negativi:

  • Dispersione: le frequenze più basse vengono rallentate rispetto a quelle alte, facendo arrivare il segnale “sfasato”;
  • Scintillazione diffrattiva: il segnale originale, che dovrebbe essere stretto e potente, viene “spalmato” su una gamma di frequenze molto più ampia.

Perché cerchiamo segnali a “banda stretta”?

Il SETI focalizza le sue ricerche su segnali a banda stretta (larghi pochi hertz). Il motivo è semplice: in natura non esiste nulla che produca un segnale così preciso. Se ne trovassimo uno, avremmo la prova matematica di un’origine artificiale. Tuttavia, se il meteo spaziale “allarga” questo segnale, esso scivola sotto la soglia di sensibilità dei nostri strumenti, diventando indistinguibile dal rumore di fondo.

I numeri della ricerca: il 70% delle stelle è “rumoroso”

I numeri emersi dallo studio sono piuttosto impietosi e suggeriscono che il “silenzio” cosmico potrebbe essere, in realtà, un gigantesco errore di ricezione. Vishal Gajjar e la sua collega Grayce Brown, del SETI Institute, hanno calcolato che ben il 70% delle stelle (sia quelle simili al Sole che le nane rosse) produce un disturbo tale da “allargare” la frequenza dei messaggi di oltre 1 Hz.

Sembra una variazione minima, ma per un radiotelescopio tarato sulla precisione assoluta, è come cercare di mettere a fuoco un testo mentre qualcuno scuote continuamente il foglio. La situazione si complica ulteriormente per il 30% degli astri, dove l’attività stellare è così intensa da spalmare il segnale su oltre 10 Hz. In questa categoria rientrano soprattutto le nane rosse, le stelle più comuni della nostra galassia, che però si confermano vicini di casa estremamente “chiassosi” e turbolenti.

Il vero colpo di grazia alla visibilità dei segnali arriva però durante le espulsioni di massa coronale (CME). Se una civiltà aliena trasmettesse un messaggio proprio mentre la sua stella sta scagliando plasma nello spazio, quel segnale subirebbe un allargamento superiore ai 1.000 Hz. In quel momento, il messaggio diventerebbe un’ombra indistinguibile, completamente invisibile ai nostri attuali algoritmi di ricerca che “ascoltano” solo frequenze ultra-strette.

Non siamo soli, siamo solo “sintonizzati” male?

La buona notizia è che, ora che abbiamo quantificato il problema, possiamo risolverlo. Proprio come gli algoritmi moderni eliminano l’effetto Doppler causato dal movimento dei pianeti, potremo presto progettare ricerche SETI ottimizzate per i segnali “spalmati”.

Quantificando come l’attività stellare modella i segnali, possiamo progettare ricerche che corrispondano meglio a ciò che arriva effettivamente sulla Terra, non solo a ciò che potrebbe essere trasmesso“, ha dichiarato Grayce Brown.

Forse l’universo non è affatto silenzioso: è inondato di messaggi rumorosi e distorti che abbiamo appena iniziato a imparare a decifrare.