Custode di una cultura vecchia di oltre cinquemila anni, fatta di commercio e raccolta di perle; esempio di ingegneria estrema che ha creato il proprio suolo strappandolo alle onde; protagonista dell’ascesa turistica della Penisola Arabica tra siti UNESCO e il tempio moderno della Formula 1. Oggi il Bahrein, il Regno più piccolo e liberale del Golfo, si trova al centro di una tempesta geopolitica che ne minaccia la stabilità e il futuro.
Ingegneria e natura: la metamorfosi geografica del Bahrein
Il Bahrein (o Bahrain) è uno Stato insulare situato in un’insenatura del Golfo Persico, le cui acque lo circondano completamente. Condivide i suoi confini marittimi a Ovest con l’Arabia Saudita, da cui è separato dal cosiddetto Golfo del Bahrein, a Est e a Sud con il Qatar, distante solo 28 chilometri, e a Nord, a circa 230 chilometri (circa 124 miglia nautiche), con l’Iran. L’unico collegamento fisico è quello artificiale della King Fahd Causeway, un sistema di ponti e sopraelevate lungo circa 25 chilometri che collega la Bahrain Island, l’isola più estesa dell’arcipelago, di cui rappresenta circa l’83% del territorio, dove si trova la capitale Manama, con la costa orientale dell’Arabia Saudita. Lungo la King Fahd Causeway si trova l’isola artificiale di Umm al-Na’san (Passport Island) dove vengono controllati e gestiti i flussi tra i due regni. Il Bahrein, infatti, è formato da 33 isole naturali (sebbene alcune classificazioni contino fino a 50 isole) per un’estensione stimata tra i 620 e i 665 chilometri quadrati, ma negli anni un’estesa operazione di Land Reclamation e creazione di isole artificiali ha aumentato l’estensione totale del regno di circa il 12,5%, raggiungendo circa 786 chilometri quadrati. Tra i progetti principali, il cui obiettivo era quello di contrastare la carenza di spazio per lo sviluppo residenziale, industriale e turistico, ci sono quello delle Amwaj Islands (che ospitano soprattutto residenze, hotel e zone commerciali di lusso), quello di Durrat Al Bahrain (un complesso di 15 isole a Sud del regno) e, il più recente, di Diyar Al Muharraq, progetto che ha quadruplicato l’estensione dell’Isola di Muharraq, progettata come una città autosufficiente. Questi progetti di bonifica, ampiamente diffusi tra i Paesi del Golfo, hanno sollevato numerosi interrogativi in merito al loro impatto ambientale, in particolare per il pericolo di alterazione degli ecosistemi marini e delle barriere coralline. Il territorio del Bahrein è per lo più pianeggiante, il punto più alto è infatti quello del Jabal ad Dukhan (Montagna di Fumo), un rilievo calcareo alto 134 metri. Questa caratteristica, insieme al posizionamento sul globo terrestre, determina un clima arido e subtropicale, caratterizzato da un’estate con temperature che spesso superano i 40°C, umidità molto elevata e precipitazioni praticamente assenti e un inverno con temperature tra i 14 e i 24°C e scarse precipitazioni. Le temperature generali sono poi influenzate dallo Shamal, un vento settentrionale che spesso causa tempeste di sabbia, riducendo la visibilità.
L’eredità dei “due mari”: perle, dhow e sapori ancestrali
L’identità bahreinita è storicamente legata all’acqua. Non a caso il nome del regno, dall’arabo “al-Baḥrayn”, significa “i due mari”, per indicare da una parte la posizione geografica, dall’altra per omaggiare le sorgenti sotterranee di acqua dolce che sgorgano nei fondali marini salati, fenomeno naturale che per millenni ha permesso lo sviluppo della vita in una regione per lo più desertica. Prima della scoperta del petrolio, infatti, la cultura e l’economia del Bahrein si poggiavano soprattutto sulle tradizioni legate al mare. Una delle più iconiche è la raccolta delle perle (il cosiddetto pearling). Per secoli, durante spedizioni lunghe diversi mesi, i subacquei si immergevano in apnea fino a 18 metri di profondità per raccogliere le perle, una pratica andata in declino durante il XX secolo ma rinata nel 2017 dopo il rilascio da parte del governo di nuove licenze ufficiali. Dal 2012, inoltre, la raccolta delle perle è stata riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità UNESCO tramite il Sentiero delle Perle (Pearling Path) a Muharraq, un percorso lungo circa 3,5 chilometri che conta 17 edifici storici, tre banchi di ostriche in mare aperto e il Forte di Qal’at Bu Mahir. Il sito serve a preservare l’eredità dell’epoca in cui le perle naturali erano la base dell’economia di questo Stato insulare. Un’altra tradizione bahreinita legata al mare è quella delle Dhow, le imbarcazioni in legno tipiche dei Paesi del Golfo originariamente usate per il commercio e la pesca delle perle, oggi diffuse anche per la pesca locale e il turismo. L’isola di Sitra in particolare ospita uno dei pochi centri dove i maestri d’ascia costruiscono e riparano a mano queste particolari imbarcazioni utilizzando tecniche tramandate oralmente per secoli. Infine, il mare ha fortemente influenzato anche la cultura culinaria del regno, dominata ancora oggi dall’Hamour (la cernia) e il Safi (il pesce coniglio), spesso serviti alla griglia o nel Machboos, il piatto nazionale a base di riso speziato.
Dalle necropoli di Dilmun alla Formula 1: il cuore turistico del Golfo
Oggi il Bahrein offre un’offerta turistica che varia tra siti UNESCO e architettura futuristica, una combinazione che negli ultimi anni ha portato allo sviluppo di una strategia internazionale per trasformare il Regno in un hub internazionale. Nel 2024 lo Stato ha contato circa 14,9 milioni di visitatori, con un incremento del 19% rispetto all’anno precedente, provenienti per il 90% dall’Arabia Saudita. La strategia nazionale per il turismo, tuttavia, mira a ridurre la dipendenza dal Golfo puntando a Regno Unito, Cina, India, Germania oltre ad altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Il Pearling Path di Muharraq non è l’unico sito UNESCO del Bahrein. Il Regno custodisce anche il Qal’at al-Bahrain (Forte del Bahrein), un sito archeologico formato da stratificazioni di occupazione umana che risalgono al 2300 a.C., dominato da un’imponente fortezza portoghese del XVI secolo, iscritto nel 2005. Qui si trovava la capitale della civiltà Dilmun, una delle più importanti potenze commerciali dell’antichità che collegava la Mesopotamia alla Valle dell’Indo. Sempre alla cultura Dilmun fanno riferimento gli oltre 11.700 tumuli sepolcrali costruiti tra il 2050 e il 1750 a.C. divisi in 21 aree archeologiche nella parte occidentale della Bahrain Island, dal 2019 iscritti nel Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Altre località di importanza culturale del Bahrein sono il Bab Al Bahrain e il Manama Souq, la “porta del Bahrein” che segna l’ingresso al mercato della capitale, la Grande Moschea Al Fateh, una delle più grandi al mondo, e il Museo Nazionale del Bahrein, dove scoprire gli oltre 5.000 anni di storia dell’arcipelago. Ai siti storici si contrappongono gli esempi di modernità, come il Bahrain International Circuit a Sakhir, il “Tempio del Motorsport” che ospita il Gran Premio del Bahrein di Formula 1, il Bahrain World Trade Center, iconico grattacielo di Manama, e la Marassi Galleria a Diyar Al Muharraq, un moderno centro commerciale che ospita un enorme acquario e zoo sottomarino. Non mancano, poi, i luoghi di interesse naturalistico e le mete del divertimento. Nel cuore del deserto di Sakhir cresce l’Albero della Vita (Shajarat-al-Hayat), un Mesquite che da 400 anni sopravvive inspiegabilmente senza alcuna fonte d’acqua apparente. A circa 20 chilometri a Sud-Est dalla Bahrain Island si trovano le Isole Hawar, dette le “Maldive del Bahrein”, un arcipelago di 16 isole desertiche oggetto di una lunga disputa territoriale tra il Bahrein e il Qatar, risolta definitivamente nel 2001 dalla Corte Internazionale di Giustizia. Le isole rappresentano un’area naturale di grande importanza ecologica e faunistica: qui si trova una delle più grandi colonie al mondo di cormorani di Socotra, mentre i dugonghi, parenti relativamente prossimi dei lamantini, trovano un habitat cruciale grazie alle vaste praterie di fanerogame marine, di cui si nutrono. Tra le mete del divertimento, infine, spiccano il Lost Paradise of Dilmun, un parco acquatico vicino a Sakhir ispirato alla storia antica del Bahrein, e il Dive Bahrein, il parco a tema sottomarino più grande al mondo situato al largo della costa Nord di Bahrain Island dove ci si può immergere per vedere ed esplorare un Boeing 747 sommerso. Il velivolo, costruito nel 1981, è stato ritirato dal servizio nel 2013 dopo aver volato principalmente per la Malaysia Airlines e acquistato dal Regno del Bahrein dagli Emirati Arabi Uniti con l’obiettivo di creare la più grande barriera corallina artificiale al mondo. Dopo un rigoroso processo di bonifica durato 8 mesi, il Boeing 747 è stato trainato via mare e adagiato sul fondale a 20 metri di profondità dove, grazie agli ancoraggi, resiste alle correnti del Golfo Persico.
Orizzonti di fumo: il Bahrein nel turbine del conflitto regionale
Le proiezioni di crescita per il 2026 del turismo in Bahrein, sostenute dalla strategia nazionale che puntava a portare il settore all’11,4% del PIL, hanno dovuto fare i conti con le tensioni regionali, e in particolare con lo scoppio del conflitto tra Israele-USA e Iran. Lo scorso 1° marzo l’Aeroporto Internazionale del Bahrein ha interrotto le operazioni mentre la frontiera con l’Arabia Saudita è soggetta a limitazioni intermittenti per misure di sicurezza. Il conflitto armato regionale, infatti, ha reso l’arcipelago bersaglio di attacchi con droni e missili. Tra gli attacchi registrati, il più recente è quello che ha colpito un edificio residenziale a Manama causando la morte di una donna e il ferimento di altri 8 civili. Il raid, condotto con un drone, è stato attribuito all’Iran. Gli attacchi hanno coinvolto anche diverse infrastrutture, come la raffineria di petrolio Bapco sull’isola di Sitra, l’unica del Paese, e gli impianti di desalinizzazione. Le autorità locali hanno poi comunicato di aver intercettato oltre 100 missili e 170 droni dall’inizio dell’offensiva. Il Bahrein del 2026 è l’emblema di una regione intenzionata a correre verso il futuro a una velocità vertiginosa ma ancorata alle fragilità di una geografia contesa. Mentre l’Albero della Vita continua a sfidare il deserto in solitudine, i “due mari” una volta via di commercio diventano un fronte di battaglia. E in queste ore di incertezza, resta la resilienza di un popolo che ha trasformato il mare in terra come unica vera risorsa a protezione di un’identità millenaria







Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?