Dall’inizio della terza guerra in Iran un numero ha catturato l’attenzione del mondo: il prezzo del greggio. Come ricorda The Economist, il 16 marzo il Brent ha superato brevemente i 106 dollari al barile, il massimo dal luglio 2022. Nonostante i tentativi della presidenza americana di calmierare i prezzi e il rilascio di scorte strategiche, i trader non sono convinti che lo Stretto di Hormuz riaprirà presto. Circa il 10-15% dell’offerta globale di petrolio resta intrappolata. Tuttavia, anche molte altre materie prime sono bloccate. Gli stati del Golfo sono fondamentali per molto più di petrolio e gas: le loro vaste riserve di idrocarburi li rendono luoghi ideali per la lavorazione delle materie prime.
Dalla regione proviene il 22% dell’urea commercializzata nel mondo, il 24% dell’alluminio, un terzo dell’elio e il 45% dello zolfo. Mentre i droni colpiscono gli impianti e il blocco di Hormuz ferma le esportazioni, le catene di approvvigionamento stanno subendo una contrazione violenta. Tre settori – trasporti, manifattura e produzione alimentare – ne stanno già soffrendo. Il settore manifatturiero è sotto forte pressione a causa della dipendenza dagli impianti petrolchimici del Golfo. La regione rappresenta quasi il 45% dei flussi marittimi globali di nafta e il 23-30% delle esportazioni di altri componenti chiave per la plastica, come lo stirene e il polietilene. Molti produttori asiatici hanno già dichiarato la “forza maggiore”, non potendo più onorare i contratti. Anche i principi attivi della maggior parte dei farmaci, dall’aspirina agli antibiotici, richiedono prodotti petrolchimici. Inoltre, il Golfo fornisce il 26% dei diamanti industriali mondiali, il 26% del glicole (ingrediente per vernici) e il 30% del metanolo.
Le prime conseguenze
Particolarmente colpito è l’alluminio, utilizzato per imballaggi, trasporti e reti elettriche. Di conseguenza, il prezzo al London Metal Exchange è salito a 3.440 dollari per tonnellata, vicino ai massimi da quattro anni. Un’altra vittima industriale inaspettata è l’elio, gas essenziale per raffreddare i supermagneti usati nella produzione di chip. Il Qatar ne produceva circa un terzo dell’offerta globale presso il complesso di Ras Laffan; con la chiusura dell’impianto a causa della guerra, non esistono sostituti immediati. Ancora più inquietante è la minaccia alla produzione alimentare mondiale. Le Nazioni Unite stimano che un terzo del commercio marittimo globale di fertilizzanti passi per Hormuz.
Si tratta principalmente di urea e fosfati. I paesi poveri saranno i più colpiti: Kenya, Pakistan, Somalia, Sri Lanka e Tanzania ottengono oltre un quarto dei loro fertilizzanti dal Golfo; per il Sudan la quota sale a oltre la metà. I prezzi dell’urea sono già aumentati del 35% dall’inizio del conflitto. Per le industrie colpite da queste carenze, è iniziato un conto alla rovescia. I fertilizzanti che arrivano con settimane di ritardo non potranno essere utilizzati per il raccolto del 2026. Gli effetti a catena dell’interruzione della lavorazione dei metalli potrebbero persistere fino al 2027. Riavviare raffinerie, fonderie e impianti petrolchimici rimasti inattivi può richiedere mesi. Quanto siano vulnerabili le catene di approvvigionamento mondiale che passano per il canale di 54 chilometri lungo l’Iran sta diventando chiaro solo ora. E’ quanto riportato dalla rassegna stampa estera di EPR Comunicazione.


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