Il mercato globale del petrolio è entrato in una fase di forte turbolenza mentre l’escalation militare legata alla guerra in Iran sta provocando un’ondata di panico tra investitori e governi. Il prezzo del barile è schizzato fino a 115 dollari, dopo essere partito solo pochi giorni fa da un range compreso tra 75 e 80 dollari. Secondo Peter McGuire, CEO di Trading.com Australia, intervistato da Al Jazeera, la rapidità dell’aumento è senza precedenti nelle ultime settimane. “La cosa più importante in questo momento è la velocità dei movimenti al rialzo”, ha spiegato McGuire. “Giovedì i prezzi erano tra i 75 e gli 80 dollari, poi sono saliti rapidamente a 90 e oggi nel mercato asiatico hanno toccato i 116 dollari”.
Secondo gli analisti, oscillazioni così violente nel giro di poche ore indicano un mercato estremamente nervoso. Il motivo principale è l’interruzione del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più strategici al mondo, causata dall’escalation militare e dal rischio di un conflitto più ampio legato alla crisi iraniana. Se la situazione dovesse aggravarsi e altri paesi del Golfo dichiarassero forza maggiore sospendendo produzione ed esportazioni di petrolio e gas, gli scenari potrebbero peggiorare ulteriormente. McGuire avverte che in quel caso un prezzo tra 140 e 150 dollari al barile diventerebbe realistico.
Le altre conseguenze
Le tensioni geopolitiche stanno già alimentando il timore di nuove pressioni inflazionistiche a livello globale. Se i prezzi elevati dovessero durare settimane o mesi, l’impatto su carburanti, trasporti e beni di consumo potrebbe essere significativo. Nel frattempo, la politica internazionale si muove per contenere la crisi. Secondo quanto riportato dal Financial Times, i ministri delle finanze del G7 starebbero discutendo un possibile rilascio coordinato di petrolio dalle riserve strategiche attraverso l’Agenzia Internazionale dell’Energia, misura che potrebbe contribuire a calmare i mercati.
Sul fronte politico, Donald Trump ha commentato l’impennata dei prezzi collegandola direttamente alla crisi con l’Iran. “L’aumento dei prezzi del petrolio a breve termine – che scenderanno rapidamente una volta che la minaccia nucleare iraniana sarà eliminata – è un prezzo molto piccolo da pagare per la sicurezza e la pace degli Stati Uniti e del mondo. Solo gli stupidi penseranno diversamente”.
Le dichiarazioni arrivano mentre cresce il timore che la crisi possa trasformarsi in un conflitto più ampio. I mercati energetici restano quindi appesi agli sviluppi militari e diplomatici nelle prossime settimane, con il petrolio ormai diventato uno dei principali indicatori della tensione globale.




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