Lo stretto di Hormuz, uno degli snodi marittimi più cruciali al mondo, sta vivendo una delle sue crisi più gravi dalla fine di febbraio 2026, a causa della guerra in Iran. Da quel momento, il traffico lungo il corridoio marittimo strategico ha subito un crollo senza precedenti. Secondo i dati pubblicati da fonti come Lloyd’s List e Financial Times, il numero di container autorizzati a attraversare il tratto di mare di 167 chilometri è drasticamente ridotto, con solo otto o nove navi che ricevono il via libera per il passaggio, a seconda delle fonti.
Tale riduzione è una diretta conseguenza delle nuove politiche imposte dal governo iraniano. Teheran sta cercando di dimostrare la propria autorità sullo stretto, forzando le navi internazionali a negoziare con l’Iran per ottenere il permesso di transito. In alcuni casi, come riportato dal Financial Times, l’autorizzazione può arrivare a costare fino a due milioni di dollari, un prezzo che riflette il crescente controllo strategico che l’Iran sta esercitando sulla navigazione.
Il traffico internazionale e la “flotta fantasma”
Il traffico marittimo lungo lo stretto di Hormuz è stato drasticamente ridotto dal conflitto in corso. Dal primo al 19 marzo, si sono registrati solo 116 passaggi, con un calo del 95% rispetto ai periodi di pace. Un dato che conferma quanto le tensioni geopolitiche stiano influenzando il commercio globale. Più della metà di queste navi sono petroliere dirette verso est, una tendenza che rispecchia l’importanza strategica del transito di energia destinata all’Asia, in particolare alla Cina.
Le sanzioni internazionali hanno colpito duramente il traffico di navi, in particolare quelle sotto le misure restrittive degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e del Regno Unito. Secondo le analisi, circa un terzo delle navi in transito sono ora soggette a queste sanzioni, alimentando ulteriormente la paralisi marittima. Più di metà delle petroliere e metaniere coinvolte nel transito, durante questo periodo, appartengono a quella che è stata definita la “Flotta fantasma”, ovvero una rete di navi che operano senza una registrazione ufficiale o dichiarazione pubblica del loro stato, aggirando di fatto le misure internazionali.
Il ruolo degli attori globali e il coinvolgimento diretto con Teheran
Molti dei paesi coinvolti nel commercio marittimo internazionale stanno cercando di evitare ulteriori complicazioni, intraprendendo trattative dirette con l’Iran. Secondo Richard Meade di Lloyd’s List, diverse nazioni, tra cui Cina, India, Pakistan, Iran e Malesia, hanno attivato canali diplomatici e commerciali con i Guardiani della rivoluzione iraniani per coordinare il transito delle navi attraverso lo stretto di Hormuz.
Le petroliere cinesi, in particolare quelle collegate alla Cosco, sono tra le più colpite da questa situazione, con nove unità che sono rimaste ancorate al largo di Abu Dhabi, in attesa di un via libera per attraversare lo stretto. Le autorità iraniane hanno imposto ispezioni supplementari su alcune delle navi che viaggiano attraverso un nuovo e inusuale corridoio marittimo che aggira l’isola di Larak, una manovra che ha rallentato ulteriormente il traffico.
Il futuro del traffico nello stretto di Hormuz
Le nuove restrizioni e le trattative in corso non sembrano promettere una rapida ripresa del traffico marittimo attraverso lo stretto di Hormuz. L’analisi di JP Morgan suggerisce che la maggior parte del petrolio che transita da questa via marittima è destinata all’Asia, con un’attenzione particolare alla Cina, che continua a essere il principale destinatario delle forniture di energia provenienti dal Medio Oriente. Tuttavia, la crescente instabilità nella regione, unita alle sanzioni internazionali, potrebbe avere un impatto duraturo sul commercio energetico globale.
Il panorama marittimo e commerciale intorno allo stretto di Hormuz rimane incerto, e la guerra in Iran potrebbe segnare l’inizio di una nuova era di rivalità geopolitica che influenzerà i flussi di merci e risorse vitali per l’economia mondiale. Con il traffico in forte calo e un controllo sempre più stretto sull’accesso, le implicazioni globali di questa crisi sono destinate a farsi sentire per anni a venire.




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