Il 21 marzo 1935, esattamente 91 anni fa rispetto a oggi, una decisione apparentemente formale cambiò il modo in cui il mondo intero avrebbe guardato a uno dei Paesi più antichi della storia: la Persia divenne ufficialmente Iran. Fu lo scià Reza Pahlavi a chiedere alla comunità internazionale di adottare il nome “Iran” nelle comunicazioni ufficiali, segnando una svolta simbolica e politica di grande portata. Il termine “Persia”, diffuso in Occidente per secoli, derivava dal nome di una regione storica, la Persis, e finiva per rappresentare solo una parte dell’identità del Paese. “Iran”, invece, affonda le sue radici nella parola antica “Aryānām”, che significa “terra degli Arii”, e riflette una visione più ampia e inclusiva della storia e della cultura nazionale.
La scelta non fu casuale: avvenne durante il Nowruz, il capodanno persiano e primo giorno di primavera, simbolo di rinascita. Il cambiamento si inseriva infatti nel progetto di modernizzazione dello Stato promosso dallo scià, che mirava a rafforzare l’identità nazionale e a presentare il Paese come una nazione moderna, indipendente e proiettata verso il futuro. Non mancarono però le critiche. Alcuni intellettuali temevano che abbandonare il nome “Persia” potesse recidere il legame con una storia millenaria, fatta di imperi, arte e cultura universalmente riconosciuti.
Ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, il doppio nome continua a vivere: “Iran” identifica lo Stato moderno, mentre “persiano” resta legato alla lingua, alla cultura e all’immaginario storico. Un segno che, più che una sostituzione, fu una trasformazione dell’identità nazionale.



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