Per anni abbiamo cercato le cause della pressione alta esclusivamente nel cuore, nei reni o nello stile di vita. Tuttavia, una nuova frontiera della medicina suggerisce che il vero “colpevole” potrebbe nascondersi molto più in alto: nelle profondità del nostro cervello. Un team di scienziati del centro Manaaki Manawa dell’Università di Auckland ha identificato una specifica regione cerebrale che funge da vero e proprio interruttore per l’ipertensione. La zona incriminata è la regione parafacciale laterale, situata nel tronco encefalico, la parte più antica e istintiva del nostro cervello che gestisce funzioni vitali come la digestione e il battito cardiaco.
Secondo il professor Julian Paton, direttore della ricerca, questa zona entra in gioco quando compiamo espirazioni “forzate”, ovvero quelle spinte dai muscoli addominali che usiamo durante una risata, un colpo di tosse o un esercizio fisico intenso. A differenza della respirazione normale, che è passiva e basata sull’elasticità dei polmoni, quella forzata richiede un comando attivo proveniente da questo specifico nucleo di neuroni. “Abbiamo scoperto che, in condizioni di ipertensione, la regione parafacciale laterale è costantemente attivata“, spiega Paton. “E, cosa ancora più sorprendente, quando il nostro team ha disattivato questa regione, la pressione arteriosa è tornata a livelli normali“.
Il legame tra polmoni e arterie
Il motivo per cui un’area dedicata alla respirazione influenzi così tanto la pressione risiede nei collegamenti nervosi profondi. La regione parafacciale laterale, infatti, non comunica solo con i muscoli addominali, ma invia segnali ai nervi che controllano la costrizione dei vasi sanguigni. Quando questa zona è iperattiva, i vasi si restringono e la pressione sale vertiginosamente. Questa scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista Circulation Research, suggerisce che monitorare i modelli di respirazione addominale nei pazienti potrebbe diventare un metodo efficace per diagnosticare la causa specifica della loro ipertensione e guidare trattamenti molto più mirati rispetto al passato.
Una cura “a distanza” per il futuro
Se il cervello è la causa, come possiamo curarlo senza interferire con altre funzioni vitali? I farmaci che agiscono sull’intero sistema nervoso sono spesso rischiosi a causa dei numerosi effetti collaterali. La vera svolta dello studio risiede nell’aver individuato un “telecomando” esterno situato nel collo. La regione parafacciale laterale viene infatti attivata da segnali che arrivano dai corpi carotidei, piccoli ammassi di cellule posti vicino all’arteria carotide che monitorano i livelli di ossigeno nel sangue. Anziché colpire direttamente il delicato tessuto cerebrale, la nuova strategia clinica punta a “spegnere” l’attività eccessiva proprio a livello di questi sensori periferici. Questo approccio offre il vantaggio fondamentale di poter inattivare la regione cerebrale “a distanza” e in totale sicurezza, impiegando farmaci che non hanno bisogno di penetrare la barriera emato-encefalica per essere efficaci.
Questa nuova via terapeutica rappresenta una speranza concreta soprattutto per chi soffre di apnee notturne, una condizione in cui l’attività dei corpi carotidei aumenta drasticamente ogni volta che il respiro si interrompe durante il sonno, alimentando un pericoloso circolo vizioso che mantiene la pressione arteriosa su livelli di guardia.


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