La possibilità di replicare un organismo all’infinito, mantenendo intatto il suo patrimonio genetico attraverso le generazioni, ha affascinato la scienza sin dalla nascita della pecora Dolly. Tuttavia, una ricerca rivoluzionaria pubblicata oggi sulla prestigiosa rivista Nature Communications getta una luce definitiva sui confini di questa tecnologia. Lo studio, intitolato “Limitations of serial cloning in mammals” e condotto da un team di ricercatori guidati da Sayaka e Teruhiko Wakayama dell’Università di Yamanashi, dimostra che la clonazione seriale nei mammiferi non può essere sostenuta indefinitamente. Attraverso un esperimento monumentale durato due decenni, gli scienziati hanno scoperto che, sebbene le prime generazioni appaiano sane, il processo accumula inevitabilmente mutazioni genetiche letali che portano al collasso della linea riproduttiva.
Il lungo cammino verso la cinquantottesima generazione di topi
Il progetto ha avuto inizio nel gennaio 2005, utilizzando un unico topo donatore originale per dare il via a una catena di trasferimenti nucleari di cellule somatiche. L’obiettivo era ambizioso: clonare un individuo, attendere che raggiungesse l’età adulta, e utilizzare le sue cellule per creare la generazione successiva, ripetendo il ciclo per osservare eventuali segni di decadimento. Inizialmente, i risultati sembravano promettenti, tanto che i ricercatori erano riusciti a raggiungere le 25 generazioni senza riscontrare anomalie significative nella salute o nel DNA dei cloni, portando alla conclusione preliminare che la clonazione potesse continuare all’infinito. Tuttavia, proseguendo l’esperimento oltre questa soglia critica, lo scenario è cambiato drasticamente. Il tasso di successo della clonazione, che aveva toccato un picco del 15,5% alla ventiseiesima generazione, ha iniziato una flessione inarrestabile.
L’accumulo invisibile di mutazioni nel genoma dei cloni
La ricerca ha evidenziato che il declino non era dovuto a errori epigenetici, ovvero a problemi nel “resettare” il programma cellulare, ma a vere e proprie alterazioni fisiche del DNA. Attraverso il sequenziamento dell’intero genoma, gli scienziati hanno calcolato che ogni generazione acquisiva mediamente 70 varianti a singolo nucleotide e 1,5 varianti strutturali. Questi numeri, di per sé non eccessivi se paragonati alle mutazioni naturali, diventano insostenibili in un sistema di riproduzione clonale. Senza il rimescolamento genetico tipico della riproduzione sessuata, le mutazioni dannose non vengono eliminate ma si sommano generazione dopo generazione, seguendo un fenomeno biologico noto come il “cricchetto di Muller”. Superata la ventisettesima generazione, il carico di mutazioni letali è diventato tale da influenzare pesantemente la vitalità degli embrioni.
Anomalie della placenta e salute degli individui clonati
Un dato interessante emerso dallo studio riguarda la salute dei singoli topi nati con successo. Fino alla cinquantasettesima generazione, i cloni che riuscivano a venire al mondo apparivano normali e vantavano una longevità media di circa due anni, del tutto paragonabile a quella dei topi di controllo nati naturalmente. L’unica anomalia costante riscontrata in tutte le generazioni è stata l’ipertrofia della placenta, che risultava significativamente più pesante e grande rispetto alla norma. Questo difetto è tipico della tecnologia di clonazione e sembra legato a errori epigenetici che non si accumulano ma si ripresentano identici a ogni ciclo. Tuttavia, alla cinquantottesima generazione, il sistema è collassato definitivamente: gli ultimi cloni prodotti sono morti il giorno successivo alla nascita, segnando la fine della linea genetica.
La riproduzione sessuata come meccanismo di riparazione universale
L’aspetto forse più rivelatore della ricerca riguarda la capacità della natura di “riparare” i danni accumulati artificialmente. Quando i ricercatori hanno fatto accoppiare naturalmente i topi delle ultime generazioni (come la G50 o la G55) con maschi normali, hanno osservato un fenomeno sorprendente. Sebbene la fertilità iniziale fosse ridotta e molti embrioni degenerassero a causa del carico mutazionale, i pochi nati della generazione successiva (i “nipoti” dei cloni) mostravano segni di normalizzazione. In questi individui, la placenta tornava a dimensioni normali e la fertilità migliorava sensibilmente. Questo suggerisce che la meiosi e la fecondazione agiscano come un filtro selettivo estremamente efficace, capace di eliminare le anomalie genetiche e ripristinare l’integrità del genoma che la clonazione seriale aveva compromesso.


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