La terra, o meglio il profondo fondale oceanico del Pacifico meridionale, continua a tremare. Questa mattina, precisamente alle 07:02 ora italiana (le 19:02 locali), un intenso sisma magnitudo Mwp 6.1 ha colpito lo specchio di mare compreso tra le isole Tonga e le isole Samoa. L’ipocentro è stato localizzato a soli 15 km dalla superficie. Questa caratteristica lo differenzia nettamente dalla sequenza di forti scosse che ha colpito la stessa area nella giornata di ieri, 22 marzo. Nelle ventiquattr’ore precedenti, infatti, il settore di Tonga era già stato colpito da 3 terremoti di potenza rilevante: un evento di magnitudo 6.6 e 2 di magnitudo 6.3. Tuttavia, quegli episodi si erano originati a profondità comprese tra gli 84 e i 130 km, una distanza crostale che solitamente attenua la percezione delle onde sismiche in superficie. Il sisma di stamane, essendo così superficiale, rappresenta dunque un rilascio di energia più diretto e potenzialmente più avvertibile dalle popolazioni costiere.
Un’area in perenne agitazione
Per comprendere perché questo tratto di oceano sia così frequentemente colpito da fenomeni di tale portata, bisogna guardare alla complessa architettura geologica della cosiddetta Cintura di Fuoco del Pacifico. L’area tra Tonga e Samoa è considerata uno dei laboratori sismici più attivi del pianeta a causa della presenza della Fossa delle Tonga, una ciclopica depressione oceanica dove avviene lo scontro tra colossali placche tettoniche. Il motore primario di questa attività è il processo di subduzione ad alta velocità. In questa regione, la Placca Pacifica si scontra con la Placca Australiana e diverse altre micro-placche locali, “scivolando” al di sotto di esse. Questo movimento non è però lento o fluido: la placca sprofonda a una velocità che oscilla tra i 15 e i 24 cm l’anno, uno dei tassi più rapidi mai misurati sulla Terra. Tale dinamismo genera un accumulo di stress meccanico immenso che viene periodicamente rilasciato sotto forma di terremoti.
La morfologia stessa della Fossa delle Tonga contribuisce a complicare il quadro. Nel punto in cui la fossa curva verso le Samoa – una sorta di “cerniera” geologica – le forze in gioco cambiano natura: se a Sud prevale lo scontro frontale (subduzione), verso Nord il movimento diventa più trascorrente, con le placche che scorrono lateralmente l’una accanto all’altra. Questa transizione crea una distribuzione irregolare delle spinte, spiegando anche perché i terremoti si verifichino a profondità così diverse. Lungo quella che gli esperti chiamano Zona di Wadati-Benioff, i sismologi possono tracciare il percorso della placca che affonda nel mantello terrestre: i terremoti più profondi avvengono lontano dalla fossa, seguendo l’inclinazione della placca sommersa, mentre quelli superficiali, come quello di oggi, interessano le parti più alte della crosta, dove il contatto è più immediato e frizionale.





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