La decisione della Russia di interrompere dal 1° maggio il transito di gas naturale dal Kazakistan alla Germania attraverso l’oleodotto Druzhba rappresenta un nuovo capitolo nella crisi energetica europea. Secondo quanto riportato da Reuters e rilanciato da Rbc Ukraine, i programmi aggiornati di esportazione sono già stati comunicati alle parti coinvolte, segno che la scelta è ormai definitiva. Questo stop si inserisce in un contesto già fortemente compromesso dalle tensioni politiche e commerciali tra Mosca e Berlino, deterioratesi drasticamente dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Il Druzhba, uno dei più grandi sistemi di oleodotti al mondo, è stato per decenni una colonna portante delle forniture energetiche europee, e la sua progressiva riduzione segna un cambiamento strutturale negli equilibri energetici del continente. La decisione russa rischia di aumentare ulteriormente la pressione sui mercati, già segnati da volatilità e incertezze.
Germania e Kazakistan: un equilibrio fragile
Negli ultimi anni, la Germania ha cercato di ridurre la propria dipendenza dal petrolio russo, sostituendolo con forniture alternative come quelle provenienti dal Kazakistan. Il petrolio kazako viene infatti trasportato attraverso il ramo settentrionale del Druzhba, passando per la Polonia fino alla raffineria PCK di Schwedt, uno degli impianti più importanti del paese. I volumi di transito sono cresciuti significativamente, raggiungendo 2,146 milioni di tonnellate alla fine del 2025, con un aumento del 44% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, questa nuova dipendenza non è priva di rischi: gli attacchi di droni ucraini contro infrastrutture energetiche in territorio russo hanno già causato interruzioni nelle forniture. La Germania si trova così in una posizione delicata, costretta a bilanciare sicurezza energetica e tensioni geopolitiche, mentre l’Unione Europea punta a eliminare completamente le importazioni di petrolio russo entro il 2027.
Tra Ucraina, Iran e Stretto di Hormuz: il rischio globale
La crisi energetica europea non può essere letta isolatamente, ma si inserisce in un quadro geopolitico più ampio. Oltre alla guerra in Ucraina, cresce la preoccupazione per le tensioni in Iran e per la stabilità dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito di circa un quinto del petrolio mondiale. Una nuova escalation nella regione potrebbe compromettere ulteriormente le forniture globali, causando un effetto domino sui prezzi dell’energia. In questo scenario, ogni interruzione – come quella annunciata da Mosca – assume un peso ancora maggiore, contribuendo a un clima di incertezza che coinvolge non solo l’Europa ma l’intero sistema energetico internazionale. La sovrapposizione di crisi regionali rende evidente quanto il mercato sia vulnerabile a shock simultanei.
Le prospettive europee e il nodo delle deroghe
Mentre l’Unione Europea accelera il processo di diversificazione energetica, permangono divisioni interne. Paesi come Ungheria e Slovacchia continuano a beneficiare di deroghe temporanee per l’importazione di petrolio russo, evidenziando le difficoltà di una transizione uniforme. Nel frattempo, si valuta anche una possibile ripresa delle forniture verso l’Ungheria attraverso il Druzhba, con lavori infrastrutturali già in corso dopo una lunga interruzione. Questo dimostra come, nonostante gli obiettivi politici, la realtà energetica resti complessa e interconnessa. L’Europa si trova dunque a gestire una fase di transizione delicata, in cui ogni decisione strategica deve confrontarsi con vincoli tecnici, economici e geopolitici sempre più stringenti.



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