Il 1° aprile 1984 è una data impressa nella memoria degli abitanti di Pozzuoli e dell’intera area dei Campi Flegrei. In poche ore, la terra tremò oltre 500 volte, dando vita a uno sciame sismico impressionante che generò paura e incertezza tra la popolazione. A differenza dei terremoti “classici”, legati al movimento improvviso delle faglie, questo fenomeno è associato al cosiddetto bradisismo: un lento sollevamento e abbassamento del terreno causato dall’attività vulcanica sotterranea. Nei Campi Flegrei, una delle aree vulcaniche più complesse e monitorate al mondo, il suolo può infatti “respirare”, deformandosi nel tempo.
Nel 1984, però, questo “respiro” divenne improvvisamente violento. Le continue scosse, pur non tutte di forte intensità, crearono un clima di grande tensione. Migliaia di persone furono evacuate e interi quartieri vennero sgomberati per precauzione. Il timore era che l’attività sismica potesse preludere a un’eruzione, ipotesi che fortunatamente non si concretizzò. L’evento rappresentò un momento cruciale per la ricerca scientifica e la protezione civile in Italia. Da allora, il monitoraggio dei Campi Flegrei è stato potenziato con strumenti sempre più avanzati, capaci di rilevare anche le minime variazioni del suolo.


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