Il Mase avverte: “la chiusura dello Stretto di Hormuz minaccia l’energia mondiale e le economie globali”

Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica sottolinea che la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 20% del petrolio mondiale, paralizzerebbe un quinto del settore energetico globale, con impatti diretti anche sull'Italia

Lo Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo di soli 33 km, rappresenta uno degli snodi più strategici per il commercio di petrolio a livello mondiale. Se questo stretto, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, dovesse essere chiuso a lungo, le implicazioni sul settore energetico globale sarebbero devastanti. Come sottolineato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase), “se si chiude, si ferma un quinto dell’energia mondiale”. Una frase che evidenzia la centralità di questa via d’acqua nella distribuzione del petrolio a livello globale, con conseguenze potenzialmente disastrose per le economie di tutto il mondo.

La strategia dell’energia: le vie dello Stretto di Hormuz

Ogni giorno, circa il 20% del petrolio mondiale passa attraverso lo Stretto di Hormuz, pari a circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, un volume che rappresenta un quinto dell’intera produzione globale. Si tratta per lo più di petrolio grezzo, anche se una piccola parte è già raffinata. L’area che dipende da questo passaggio è vasta e include Paesi come l’Arabia Saudita, l’Iraq, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iran, il Kuwait, il Qatar e il Bahrain, che utilizzano lo Stretto come principale via di esportazione del loro greggio verso il resto del mondo.

Il petrolio che transita attraverso questo canale è fondamentale per i mercati globali, con la maggior parte destinata all’Asia. In particolare, il 86% del petrolio che esce da Hormuz si dirige verso l’Asia, con la Cina e l’India che rappresentano i principali acquirenti di queste risorse energetiche. L’Europa riceve solo il 6% di questo flusso, ovvero circa 1 milione di barili al giorno, una quantità che purtroppo non può essere facilmente sostituita da altre rotte o fornitori.

Le conseguenze economiche per l’Europa e l’Italia

In un contesto così delicato, l’Italia non è esente dalle potenziali ripercussioni. Il 12% del petrolio che il Paese importa proviene direttamente da Paesi del Golfo, in particolare da Iraq e Arabia Saudita. Il Mase ha puntualizzato che l’Arabia Saudita, in caso di necessità, potrebbe fare affidamento su un passaggio alternativo tramite un oleodotto verso il Mar Rosso. Inoltre, “il greggio è facilmente sostituibile da altri Paesi come gli USA, l’Africa e la Norvegia”, il che potrebbe ridurre il rischio di una scarsità immediata, ma non cancellerebbe le gravi difficoltà logistiche e finanziarie che una simile situazione comporterebbe.

Una minaccia alla stabilità energetica globale

La chiusura dello Stretto di Hormuz non è solo una minaccia diretta per il commercio di petrolio, ma rappresenta anche un rischio per la stabilità energetica globale. Con il 12% del nostro petrolio che proviene direttamente da Paesi del Golfo, l’Europa, e in particolare l’Italia, sono strettamente legate a questa via marittima. Eventuali cambiamenti in questo scenario potrebbero alterare profondamente l’approvvigionamento energetico a livello globale, costringendo i Paesi a cercare alternative, spesso più costose e difficili da implementare.

La consapevolezza di quanto sia fondamentale questo passaggio per il mantenimento della stabilità energetica globale dovrebbe portare a una maggiore attenzione internazionale sulle politiche di sicurezza e sul monitoraggio delle rotte di transito. Con una domanda energetica in continua crescita, la protezione di passaggi come lo Stretto di Hormuz diventa un imperativo per salvaguardare l’accesso equo e stabile all’energia.

La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta una minaccia tangibile che può alterare l’equilibrio dei mercati e portare a ripercussioni economiche e geopolitiche di vasta portata. La comunità internazionale dovrà continuare a monitorare la situazione e a prepararsi per eventuali nuovi scenari di crisi.