La storica missione Artemis II, il primo viaggio con equipaggio umano a spingersi oltre l’orbita terrestre bassa dai tempi gloriosi del programma Apollo, si avvicina al suo atto conclusivo e decisamente più critico: il rientro sulla Terra. Dopo aver circumnavigato la Luna e aver testato con estremo rigore i sistemi di supporto vitale della navicella Orion nel duro ambiente dello Spazio profondo, i quattro astronauti a bordo si preparano ad affrontare le temperature infernali e le immense forze aerodinamiche dell’impatto con la nostra atmosfera. Questa fase finale, che trasformerà un veicolo spaziale in una vera e propria stella cadente perfettamente controllata dai computer di bordo, rappresenta il culmine di innumerevoli anni di studio, pianificazione e innovazione ingegneristica da parte della NASA e dei suoi partner internazionali, costituendo il collaudo definitivo e irrinunciabile per garantire la totale sicurezza delle imminenti missioni destinate a camminare nuovamente sul suolo del Polo Sud lunare. Il successo di questa manovra deciderà il futuro prossimo dell’esplorazione spaziale profonda, riportando la Orion sana e salva nelle acque dell’Oceano Pacifico dopo un viaggio record di oltre un milione di chilometri tra le stelle.
La traiettoria e l’abbandono del Modulo di Servizio
Prima di penetrare gli strati alti dell’atmosfera terrestre a una velocità impressionante di circa 40.000 km/h, la navicella Orion deve assumere la sua configurazione di rientro. La manovra preparatoria principale consiste nel distacco del Modulo di Servizio Europeo (ESM). Questo cilindro tecnologico, che ha fornito propulsione, energia solare, acqua e aria durante tutto il tragitto, esaurisce qui il suo compito. Una volta sganciato, l’ESM si disintegrerà in modo sicuro a causa dell’attrito atmosferico, lasciando la sola capsula tronco-conica dell’equipaggio, protetta dal suo massiccio scudo termico, pronta a tuffarsi verso il pianeta.
La manovra “Loft”: la risposta alle fragilità dello scudo
A differenza della missione Artemis I, che utilizzava una tecnica di rimbalzo chiamata skip re-entry, per Artemis II la NASA ha optato per una strategia differente denominata manovra loft. Questa decisione è figlia delle lezioni apprese nel 2022, quando lo scudo termico in Avcoat della Orion subì danni imprevisti: piccoli frammenti di materiale si staccarono a causa della pressione dei gas intrappolati che non riuscivano a fuoriuscire correttamente. Per evitare che il fenomeno si ripeta con un equipaggio a bordo, i tecnici hanno ridisegnato il percorso di discesa rendendolo più diretto e ripido.
La manovra loft prevede che la capsula entri nell’atmosfera con un angolo d’attacco tale da ridurre drasticamente il tempo trascorso nelle fasce dove il calore è più insidioso per l’integrità del materiale ablativo. Passando più velocemente attraverso la zona critica, si impedisce l’accumulo di energia termica eccessiva all’interno dello scudo, minimizzando il rischio che i gas interni provochino nuove crepe. Sebbene questo approccio esponga la capsula a sollecitazioni intense, le simulazioni hanno confermato che la struttura in titanio sottostante è in grado di garantire la massima protezione agli astronauti.
La danza dei paracadute nell’ultimo tratto
Superata la barriera del calore e il blackout delle comunicazioni causato dal plasma rovente, Orion inizierà una coreografia di frenata mozzafiato. Il processo comincia a circa 8mila metri di altitudine, quando la capsula viaggia ancora a oltre 500 km/h; in quel momento vengono espulsi i primi paracadute stabilizzatori che hanno il compito di calmare le oscillazioni del veicolo. Successivamente, intorno ai 3mila metri, la scena viene dominata dai tre giganteschi paracadute principali. Queste calotte non si aprono immediatamente in tutta la loro ampiezza, ma si gonfiano gradualmente in fasi controllate per evitare che l’impatto con l’aria strappi i cavi in Kevlar. Questa delicata sequenza rallenta la Orion fino a una velocità di circa 30 km/h, rendendo la discesa simile a un lento volo prima del contatto con l’acqua.
Lo splashdown e le complesse operazioni di recupero
Il traguardo finale è fissato nell’Oceano Pacifico, al largo di San Diego, dove l’ammaraggio è previsto per le 02:07 italiane di sabato 11 aprile. Ad attendere l’equipaggio ci sarà la nave anfibia USS John P. Murtha, supportata da elicotteri e team di sommozzatori esperti della Marina. Una volta che la capsula avrà toccato l’acqua, il personale di recupero verificherà l’assenza di vapori tossici e stabilizzerà la Orion con un collare gonfiabile. Solo dopo questi controlli il portellone verrà aperto per permettere ai medici di accogliere Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, celebrando il ritorno dei primi esseri umani che hanno guardato la Terra dal profondo Spazio lunare dopo oltre 50 anni.


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