Israele ha annunciato la ripresa delle attività di estrazione di gas dal giacimento Leviathan, uno dei più importanti del Mediterraneo orientale. La decisione arriva dopo settimane di sospensione imposta per motivi di sicurezza all’inizio del conflitto con l’Iran, quando il rischio di attacchi missilistici aveva spinto le autorità a fermare temporaneamente le operazioni. Secondo il ministero israeliano dell’Energia, la riattivazione è stata possibile grazie a nuove valutazioni della situazione sul campo, ritenute ora sufficientemente stabili per consentire la ripresa delle attività. La piattaforma torna così a essere un pilastro strategico per la produzione energetica del Paese, contribuendo a garantire continuità e stabilità nell’approvvigionamento interno. La scelta riflette anche la volontà di Israele di rafforzare la propria autonomia energetica in un contesto regionale ancora instabile.
Sicurezza ed energia: una scelta strategica
La sospensione iniziale dello sfruttamento del giacimento era stata una misura preventiva legata alla sicurezza delle infrastrutture critiche, considerate potenziali bersagli durante le fasi più intense del conflitto. La piattaforma Leviathan si trova infatti a circa 130 chilometri al largo di Haifa, in un’area sensibile dal punto di vista militare e strategico. Il ministero ha sottolineato che la ripresa delle attività avverrà in un contesto di rafforzamento del sistema energetico nazionale, anche grazie all’integrazione di una piattaforma supplementare nella rete produttiva. Questo passaggio consentirà non solo di compensare eventuali interruzioni future, ma anche di aumentare la capacità complessiva di produzione. In un momento in cui la sicurezza energetica è strettamente legata alla stabilità geopolitica, la riattivazione del Leviathan assume un valore che va ben oltre la semplice dimensione economica.
Un giacimento chiave per l’intera regione
Scoperto nel 2010 e operativo dal 2019, il Leviathan rappresenta una delle più grandi riserve di gas del Mediterraneo, con circa 600 miliardi di metri cubi stimati. La sua importanza non riguarda solo Israele, ma si estende anche a Paesi come Egitto e Giordania, che dipendono in parte dalle forniture provenienti dal giacimento. La struttura è controllata da un consorzio internazionale che include la compagnia statunitense Chevron, con una quota del 29,66%, insieme a NewMed Energy (45,34%) e Ratio Energies (15%). Questa composizione evidenzia la rilevanza globale del progetto, che coinvolge attori internazionali e contribuisce agli equilibri energetici dell’area. La ripresa delle operazioni potrebbe quindi avere effetti positivi anche sui mercati regionali, rafforzando le forniture e stabilizzando i flussi energetici in un contesto ancora segnato da tensioni geopolitiche.


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