La ricerca scientifica ha segnato una nuova tappa fondamentale nel lungo percorso verso l’eradicazione del virus dell’immunodeficienza umana. Secondo uno studio pubblicato il 13 aprile 2026 sulla prestigiosa rivista Nature Microbiology, intitolato “Long-term HIV-1 remission achieved through allogeneic haematopoietic stem cell transplant from a CCR5Δ32/Δ32 sibling donor“, un paziente di 63 anni ha raggiunto una remissione prolungata del virus a seguito di un trapianto di cellule staminali ematopoietiche. Questo caso, coordinato dai ricercatori Anders Eivind Myhre e Marius Trøseid, si distingue dai precedenti per l’utilizzo di un donatore consanguineo, ovvero il fratello del paziente, che presentava una specifica e fortunata configurazione genetica. La notizia della pubblicazione conferma che, sebbene il trapianto di staminali rimanga una procedura ad alto rischio e non applicabile su larga scala, l’analisi di questi successi clinici fornisce dati preziosi per identificare i biomarcatori della guarigione e comprendere come eliminare i serbatoi virali che normalmente rendono l’HIV una condizione cronica e irreversibile.
La mutazione CCR5Δ32/Δ32 e il ruolo cruciale del donatore consanguineo
Il cuore del successo clinico risiede nella mutazione genetica nota come CCR5Δ32/Δ32. Il virus HIV utilizza tipicamente il corecettore CCR5 come una sorta di “porta d’ingresso” per infettare le cellule T CD4+ del sistema immunitario. La mutazione Δ32 impedisce l’espressione di questo recettore sulla superficie cellulare, rendendo le cellule virtualmente impenetrabili per i ceppi di HIV a tropismo R5. Nel caso del “paziente di Oslo“, diagnosticato con HIV-1 nel 2006, la necessità di un trapianto è sorta nel 2018 a causa di una sindrome mielodisplastica, una forma di tumore del sangue. Dopo una ricerca che inizialmente non aveva prodotto donatori non consanguinei compatibili con la mutazione, è stato selezionato il fratello HLA-identico del paziente. Solo il giorno della procedura è stato inaspettatamente verificato che anche il fratello portava la mutazione omozigote CCR5Δ32/Δ32, fornendo al paziente un sistema immunitario naturalmente resistente al virus.
Analisi dei serbatoi virali e il successo della chimeria nel tratto gastrointestinale
Uno degli aspetti più innovativi di questo studio riguarda l’analisi approfondita dei serbatoi virali anatomici, in particolare nel tessuto linfoide associato all’intestino (GALT), che rappresenta uno dei principali siti di persistenza dell’HIV. I ricercatori hanno documentato che il paziente ha raggiunto una chimeria donatore completa, il che significa che le cellule del donatore hanno sostituito quasi interamente quelle del ricevente non solo nel sangue e nel midollo osseo, ma anche nell’intestino. A 48 mesi dal trapianto, le analisi sui campioni di biopsia del colon sigmoideo e dell’ileo terminale hanno mostrato una presenza di cellule del donatore superiore al 97%. Questa sostituzione cellulare massiccia è stata accompagnata dall’assenza totale di DNA provirale HIV intatto sia nel sangue che nel tessuto intestinale. La terapia antiretrovirale è stata sospesa 24 mesi dopo il trapianto e, nei successivi 36 mesi di interruzione analitica del trattamento, non è stata rilevata alcuna traccia di rebound virale, confermando lo stato di remissione profonda.
Risultati immunologici e il declino della risposta anticorpale
L’efficacia dell’intervento è stata validata attraverso test virologici e immunologici di estrema sensibilità. Gli scienziati hanno esaminato oltre 65 milioni di cellule T CD4+ del paziente attraverso un saggio di crescita virale quantitativo (qVOA), senza rilevare alcun virus capace di replicarsi. Parallelamente, le risposte delle cellule T specifiche per l’HIV, che normalmente persistono nei pazienti sotto trattamento, sono risultate completamente assenti. Un altro segnale indicativo della possibile eradicazione del virus è stato il progressivo declino degli anticorpi anti-HIV. Sebbene il paziente sia rimasto positivo per gli anticorpi contro la proteina Env del virus, le risposte anticorpali contro le proteine Gag e Pol sono svanite già a partire dai nove mesi successivi al trapianto. Questo fenomeno di “sieronegativizzazione” parziale suggerisce che il sistema immunitario non è più esposto a una produzione attiva di proteine virali, indicando che i serbatoi inducibili potrebbero essere stati eliminati definitivamente.
Prospettive future e limiti della terapia cellulare nell’eradicazione dell’HIV
Nonostante l’entusiasmo per questo nuovo caso di remissione, gli autori dello studio sottolineano che il trapianto allogenico di cellule staminali rimane una procedura complessa con una mortalità correlata che oscilla tra il 10% e il 20% nel primo anno. Nel caso del paziente di Oslo, il decorso è stato complicato da una grave malattia del trapianto contro l’ospite (GvHD) acuta che ha colpito l’intestino e la pelle. È possibile che proprio questa reazione immunitaria del donatore contro le cellule del ricevente abbia contribuito all’eradicazione delle cellule infette residue attraverso un effetto “graft-versus-reservoir”. Tuttavia, la vera utilità di questi casi risiede nella comprensione dei meccanismi molecolari e dei biomarcatori che possono guidare terapie meno invasive in futuro. La scoperta che un trapianto da un fratello compatibile possa portare a risultati analoghi a quelli ottenuti con donatori estranei amplia le possibilità di studio e rafforza l’ipotesi che la sostituzione totale del sistema immunitario con cellule resistenti sia la chiave per una cura funzionale dell’HIV.


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