L’enigma degli abissi: scoperta in Giappone una creatura che sfida le classificazioni

Una spedizione internazionale cataloga oltre cento specie a profondità record, scoprendo una creatura misteriosa che sfida la tassonomia moderna

Esplorare le profondità più remote del nostro pianeta è un’impresa che continua a riservare sorprese incredibili, come dimostrato chiaramente da un recente studio pubblicato sul Biodiversity Data Journal riguardante le fosse di Izu-Ogasawara, del Giappone e delle Ryukyu. Durante una complessa spedizione durata due mesi a bordo della nave DSSV Pressure Drop, un team internazionale di scienziati ha documentato la vita fino a quasi 10 km sotto la superficie dell’oceano, catalogando ben 108 gruppi distinti di organismi. Questa ricerca rappresenta un punto di svolta fondamentale per la comprensione scientifica degli ecosistemi adali e abissali del Pacifico nordoccidentale, poiché combina sapientemente l’uso di sommergibili con equipaggio umano e lander a caduta libera per osservare la fauna nel suo habitat naturale senza danneggiarla. I risultati ottenuti non riguardano esclusivamente la catalogazione di specie già note, poiché i ricercatori si sono imbattuti in creature mai viste prima e hanno documentato comportamenti animali a profondità che un tempo erano considerate proibitive per la vita complessa. Tale missione, nata dalla collaborazione tra il Minderoo-UWA Deep-Sea Research Centre e la Tokyo University of Marine Science and Technology, ha gettato le basi per una nuova era dell’esplorazione oceanica basata sull’osservazione visiva diretta, permettendo di mappare territori rimasti inesplorati per millenni.

L’enigma dell’organismo senza nome

Tra le scoperte più affascinanti della missione spicca l’incontro con un organismo unico e misterioso, attualmente designato come Animalia incerta sedis. Questa creatura, filmata 2 volte a una profondità di circa 9.137 metri, si muove scivolando lentamente sul fondale e ha lasciato perplessi i tassonomisti di tutto il mondo. Nonostante le consultazioni con esperti globali, l’animale non è ancora stato assegnato con certezza a nessun phylum conosciuto. Sebbene presenti tratti visivi simili ai nudibranchi o ai cetrioli di mare, la sua reale identità rimane un mistero biologico che mette in discussione le nostre attuali classificazioni della vita marina profonda.

Praterie di crinoidi e spugne carnivore a profondità estreme

Le immersioni dei sommergibili hanno permesso di osservare aggregazioni densissime di vita nei loro habitat naturali. Presso la giunzione tripla di Boso, a oltre 9mila metri di profondità, i ricercatori hanno attraversato spettacolari “praterie di crinoidi“, composte da oltre 1.500 individui ancorati a terrazzamenti rocciosi. Oltre a queste formazioni, la fossa di Izu-Ogasawara ha rivelato la presenza di spugne carnivore appartenenti alla famiglia Cladorhizidae. Avvistate tra i 9.568 e i 9.744 metri, queste rappresentano l’osservazione in situ più profonda mai registrata per questa tipologia di organismi, confermando la resilienza di predatori specializzati anche negli ambienti più estremi della Terra.

Il record del pesce lumaca e l’ombra dell’uomo

La spedizione ha segnato un momento storico anche per l’ittiologia: l’osservazione di un pesce lumaca (Pseudoliparis sp.) intento a nutrirsi a 8.336 metri di profondità, stabilendo il nuovo primato mondiale per il pesce avvistato più in basso nel mare. Insieme a lui, i lander hanno filmato l’anfipode “supergigante” Alicella gigantea, presente in tutte e tre le fosse analizzate. Tuttavia, la ricerca ha portato alla luce un dato inquietante: persino in questi abissi remoti è stata trovata traccia di detriti di origine umana. Ciò evidenzia come i processi di trasporto sottomarino portino l’inquinamento fin nelle zone più protette del pianeta, trasformando quelli che dovrebbero essere santuari naturali incontaminati in aree segnate dall’impatto antropico.

Una nuova metodologia per il futuro della biologia

Il successo della missione risiede nell’approccio non distruttivo adottato dal team. In passato, lo studio delle zone adali si basava principalmente su reti a strascico che danneggiavano gli esemplari più fragili e impedivano di studiarne il comportamento. L’uso di telecamere ad alta definizione e osservazioni dirette ha invece permesso di costruire una “linea di base visiva” senza precedenti. Questa documentazione illustrata fungerà da guida fondamentale per le future indagini sulla biodiversità, offrendo uno strumento essenziale per monitorare e proteggere una delle frontiere meno esplorate e più intriganti del globo terrestre.