La lotta contro il morbo di Parkinson potrebbe aver trovato un nuovo, inaspettato alleato nelle profondità del nostro sistema digerente. Secondo una ricerca di portata internazionale pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Medicine, le variazioni nella composizione della flora batterica intestinale non sono solo una conseguenza della patologia, ma potrebbero rappresentare un segnale d’allarme precoce, capace di manifestarsi molto prima che i classici tremori o le difficoltà motorie rendano evidente la diagnosi. Lo studio, coordinato da Anthony Schapira e Stanislav Dusko Ehrlich insieme a un team di ricercatori del University College London e di diversi centri di eccellenza italiani e francesi, ha dimostrato che circa un quarto delle specie microbiche intestinali subisce cambiamenti significativi in coloro che sono geneticamente predisposti alla malattia, fungendo da vero e proprio biomarcatore della fase prodromica.
La firma microbiotica della fase prodromica
Il Parkinson è una condizione neurodegenerativa caratterizzata dalla perdita di neuroni dopaminergici, ma il vero dramma clinico risiede nel fatto che, quando compaiono i sintomi motori, oltre il 50% di questi neuroni è già andato distrutto. Per questo motivo, la ricerca scientifica sta spostando freneticamente il proprio raggio d’azione verso la fase pre-manifesta. Analizzando i dati clinici e metagenomici di 464 partecipanti tra Regno Unito e Italia, i ricercatori hanno isolato 176 specie microbiche che differiscono tra individui sani e pazienti malati. Il dato più sorprendente è che ben 142 di queste specie mostrano alterazioni coerenti anche in persone che portano la variante genetica GBA1 ma non presentano ancora alcun sintomo clinico. In questi soggetti, il microbiota si trova in uno stato intermedio, una sorta di “zona grigia” biologica che preannuncia la progressione verso la malattia conclamata.
L’anello mancante tra genetica e manifestazione clinica
Le varianti del gene GBA1 rappresentano il fattore di rischio genetico più comune per il Parkinson, aumentando la probabilità di sviluppare la patologia fino a 30 volte rispetto alla popolazione generale. Tuttavia, solo il 20% circa dei portatori di questa variante sviluppa effettivamente la malattia nel corso della vita, un mistero che ha finora ostacolato la creazione di protocolli di prevenzione efficaci. I risultati di questo studio suggeriscono che il microbiota intestinale possa essere la chiave per spiegare questa penetranza incompleta. Gli individui con la variante GBA1 che mostrano una composizione batterica più simile a quella dei pazienti parkinsoniani sono anche quelli che presentano un carico maggiore di sintomi non motori, suggerendo che l’intestino sia il primo campo di battaglia dove la patologia inizia a manifestarsi, secondo il modello cosiddetto “body-first” della malattia.
Sintomi invisibili e batteri intestinali
La correlazione individuata non riguarda solo la presenza o l’assenza di batteri, ma si intreccia strettamente con la gravità dei sintomi prodromici. Lo studio ha evidenziato come l’arricchimento di specie pro-infiammatorie e la contemporanea riduzione di produttori di butirrato — sostanza nota per le sue proprietà antinfiammatorie e protettive — siano direttamente collegati a disturbi quali la stitichezza, la disfunzione urinaria, i disturbi del sonno REM e lievi deficit cognitivi. In particolare, specie come Streptococcus mutans e Bifidobacterium longum sono risultate aumentate nei pazienti e nei soggetti a rischio, mentre produttori di butirrato come Roseburia intestinalis e Faecalibacterium sono apparsi drasticamente ridotti. Queste alterazioni non sembrano essere influenzate dai farmaci assunti per il Parkinson, come la levodopa, ma sembrano evolvere di pari passo con la progressione biologica del danno neuronale.
Una conferma globale per la diagnosi precoce
Per garantire la solidità di queste scoperte, il team di ricerca ha validato i risultati analizzando tre coorti indipendenti provenienti da Stati Uniti, Corea del Sud e Turchia, coinvolgendo un totale di altri 638 pazienti e 319 controlli sani. La coerenza dei dati su scala mondiale conferma che le alterazioni del microbiota sono un fenomeno universale legato al Parkinson, indipendentemente dalle abitudini alimentari o geografiche. Sulla base di queste evidenze, è stato proposto un punteggio denominato PDMS-16 (Parkinson’s Disease Microbiome Score-16), un test basato sull’abbondanza di 16 specie chiave che si è dimostrato capace di identificare con precisione gli individui nella popolazione generale che, pur essendo formalmente sani, mostrano un profilo clinico e biologico estremamente vicino a quello dei pazienti parkinsoniani.
Verso una nuova frontiera della prevenzione
Sebbene si tratti di uno studio trasversale, che fotografa una situazione in un determinato momento senza poter ancora stabilire con certezza assoluta se i cambiamenti intestinali causino il Parkinson o ne siano solo un riflesso precoce, le implicazioni per il futuro sono immense. La possibilità di sottoporre a screening la popolazione a rischio tramite un semplice esame delle feci potrebbe permettere di intervenire anni prima che il danno cerebrale diventi irreversibile. I ricercatori sottolineano la necessità di avviare ora studi longitudinali, che seguano questi individui nel tempo, per confermare se il riequilibrio del microbiota o l’uso di biomarcatori intestinali possano davvero rallentare o bloccare l’insorgenza di una delle malattie neurodegenerative a più rapida crescita al mondo.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?