È in corso una strage silenziosa nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, e il bilancio continua ad aggravarsi di ora in ora. Nella Giornata della Terra, il territorio simbolo della natura tutelata fa i conti con uno dei peggiori attacchi alla sua fauna selvatica. Una settimana fa erano dieci i lupi trovati morti tra Alfedena e Pescasseroli, in un’area che rappresenta uno dei cuori pulsanti della biodiversità appenninica. Le perlustrazioni, portate avanti senza sosta dal personale del Parco con i cani antiveleno e i Carabinieri Forestali, non hanno però portato sollievo, ma nuove, drammatiche conferme.
Nelle ultime ore sono stati rinvenuti altri lupi senza vita: tre in una nuova area del territorio di Pescasseroli, quattro nel comune di Bisegna, dove accanto a loro giacevano anche tre volpi e una poiana, e un ulteriore esemplare a Barrea. Un mosaico di carcasse che delinea un quadro ormai inequivocabile: non si tratta di episodi isolati, ma di una vera emergenza faunistica.
In alcune zone non sono stati ancora individuati bocconi avvelenati o reperti che certifichino con certezza la causa di morte, ma la presenza contemporanea di più specie, tutte rinvenute morte negli stessi contesti, rende fortissimo il sospetto di un avvelenamento diffuso e seriale. Le indagini, coordinate dalla Procura di Sulmona, puntano proprio a chiarire questo punto e a risalire alla mano – o alle mani – che hanno seminato morte nel Parco.
Il veleno e il ritorno dell’odio verso la fauna
Dietro la lunga scia di animali uccisi non c’è solo l’ombra del veleno, ma anche quella di un clima che sembra riportare indietro le lancette della storia. L’idea, vecchia e pericolosa, che la fauna selvatica possa essere “gestita” a colpi di fucile o esche avvelenate quando viene percepita come “troppa” o “scomoda”, torna ad affacciarsi nei territori rurali.
È la logica della giustizia fai da te, l’esatto opposto dello Stato di diritto costruito in decenni di battaglie, anche in nome della tutela degli animali protetti. Pensare che l’avvelenamento della fauna sia una sorta di risposta inevitabile alla presunta “cattiva gestione” del lupo o di altre specie significa, di fatto, fornire una giustificazione implicita a un atto criminale, come se l’illegalità potesse riempire i vuoti – veri o presunti – delle istituzioni. Un ragionamento che, traslato su altri ambiti, equivarrebbe a considerare le mafie come una soluzione alle mancanze dello Stato: una deriva che dovrebbe indignare qualunque società che si definisca civile.
Per chi lavora da decenni nelle aree protette, l’amarezza ha il sapore amaro del déjà vu: periodi che si speravano superati tornano a ripresentarsi, e con essi la necessità di difendere non solo le specie e i loro habitat, ma l’idea stessa di coesistenza tra uomo e fauna selvatica. Organizzazioni ambientaliste e studiosi parlano ormai apertamente di un “crimine di natura” di portata nazionale, che si inserisce in un contesto più ampio di crescente conflitto con la fauna selvatica in diverse regioni italiane.
Coesistenza: molto più di uno slogan
La strage di questi giorni arriva a smentire uno dei luoghi comuni più diffusi nel dibattito pubblico: quello secondo cui la coesistenza sarebbe solo un concetto astratto, buono per convegni e campagne di comunicazione ma lontano dalla vita reale di chi lavora nei territori montani.
Il Parco, numeri alla mano, ricorda invece che la coesistenza è un processo concreto, faticoso, imperfetto, ma quotidiano. Ad Alfedena, dove il territorio comunale ricade quasi interamente nell’Area Contigua, tra il 2018 e il 2026 l’ente ha accolto 75 delle 86 richieste di indennizzo per danni da fauna, pari all’87% delle domande presentate, erogando complessivamente 45.357,40 euro, di cui 25.265,00 euro – circa il 54% – legati esclusivamente a predazioni da lupo.
A Pescasseroli, comune interamente compreso nel Parco, nello stesso periodo sono state accolte 615 richieste su 672, cioè circa il 92% di quelle pervenute, con indennizzi che hanno raggiunto i 253.721,05 euro totali, di cui 222.670,30 euro – l’85% – riconducibili a danni causati dal lupo.
Cifre che raccontano una realtà complessa, fatta di conflitti reali e costi pesanti per agricoltori e allevatori, ma anche dell’impegno – unico in Italia – di un’area protetta che risarcisce i danni non solo all’interno dei propri confini, ma anche nell’Area Contigua, proprio per riconoscere il ruolo di chi continua a presidiare le aree rurali e montane. La coesistenza, insomma, non è uno slogan, ma un equilibrio dinamico che passa per regole condivise, prevenzione, indennizzi e responsabilità reciproche.
Il silenzio che fa più male delle esche
A colpire, insieme alle immagini dei corpi senza vita, è anche il silenzio che ha accompagnato questa strage. Un silenzio che pesa soprattutto in quel tessuto sociale ed economico che vive – direttamente o indirettamente – della tutela della biodiversità e dell’immagine stessa del Parco come luogo simbolo della natura italiana.
Il dolore per i lupi, le volpi e la poiana uccisi si somma a una delusione profonda: la sensazione che, di fronte a un attacco così grave al patrimonio comune, la reazione collettiva non sia stata all’altezza. La narrazione, in alcuni ambienti, continua a spostare l’attenzione dalle responsabilità penali degli avvelenatori a presunte colpe gestionali delle istituzioni, finendo per rovesciare il piano del discorso: invece di condannare con forza chi infrange la legge, si mette sotto processo chi la applica e prova a garantire la coesistenza.
È in questo contesto che l’ente Parco torna a ribadire un principio tanto semplice quanto essenziale: qualunque sia la motivazione, l’illegalità e la criminalità non possono essere giustificate. Non esistono ragioni che possano trasformare un boccone avvelenato in un gesto “comprensibile” o “necessario”.
Il paradosso del 22 aprile: difendere la Terra mentre la si ferisce
La data in cui arriva questo nuovo aggiornamento rende tutto ancora più amaro. Mentre il mondo celebra la Giornata della Terra, dedicata quest’anno al tema “Our Power, Our Planet”, nel cuore dell’Appennino si contano i corpi di lupi, volpi e rapaci uccisi in uno dei territori più emblematici della tutela della natura in Italia.
Il contrasto è stridente: da un lato i richiami internazionali al potere d’azione delle comunità e alla responsabilità collettiva verso il Pianeta; dall’altro un territorio che, invece di discutere di buone pratiche di convivenza, si ritrova costretto a parlare di esche avvelenate, rastrellamenti e sequestri penali.
Mentre Procura, guardiaparco e Carabinieri Forestali continuano a lavorare per risalire ai responsabili, resta l’impressione di un “gioco” pericoloso in cui, a perdere, sono tutti: gli animali uccisi, gli ecosistemi impoveriti, le comunità locali che vedono compromessa l’immagine del loro territorio, e l’intero Paese, che assiste all’ennesimo attacco al proprio patrimonio naturale.
In attesa che le indagini chiariscano ogni dettaglio e individuino i colpevoli, una cosa appare già evidente: la difesa della legalità ambientale non è una variabile accessoria, ma la condizione minima per poter continuare a parlare seriamente di coesistenza. E, nel Parco Nazionale d’Abruzzo come altrove, non può essere negoziata.


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