Voyager 1, spento un pezzo di storia per salvare l’esploratore interstellare

La NASA disattiva uno strumento chiave dopo 49 anni di attività per preservare l'energia residua della sonda

A oltre 25 miliardi di km dalla Terra, nel silenzio gelido dello Spazio interstellare, la sonda Voyager 1 sta combattendo l’ennesima battaglia per la sopravvivenza tecnica. Ieri gli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory della NASA hanno inviato un comando cruciale per spegnere uno degli strumenti storici della missione, l’esperimento Low-energy Charged Particles (LECP). Questa decisione, sebbene sofferta dal punto di vista scientifico, rappresenta l’unica strategia per preservare le ultime riserve di energia elettrica di un esploratore in viaggio ormai da quasi 50 anni. Con il decadimento del plutonio nei suoi generatori termoelettrici, ogni watt è diventato un tesoro inestimabile da difendere contro il rischio di un arresto improvviso del sistema. Spegnere il LECP permette di guadagnare tempo prezioso, evitando che i sistemi di protezione da sottotensione isolino definitivamente la sonda, rendendo i tentativi di recupero estremamente complessi e rischiosi per la continuità di questa storica odissea cosmica.

Una scelta drastica per un futuro incerto

Il LECP ha funzionato quasi ininterrottamente dal lancio avvenuto nel 1977, fornendo dati senza precedenti sui confini del nostro Sistema Solare e oltre. Questo strumento ha permesso di misurare elettroni, ioni e raggi cosmici, rivelando la complessa struttura del mezzo interstellare. Tuttavia, la fisica non fa sconti: i generatori di Voyager 1 perdono circa 4 watt di potenza ogni anno. Un calo imprevisto registrato lo scorso 27 febbraio durante una manovra di routine ha spinto il team di terra ad agire rapidamente prima che l’elettronica di bordo andasse in protezione automatica.

Attualmente, la sonda mantiene attivi solo 2 strumenti scientifici: uno per le onde di plasma e uno per i campi magnetici. “Spegnere uno strumento non è mai la nostra preferenza, ma è l’opzione migliore che abbiamo“, ha spiegato Kareem Badaruddin, mission manager della Voyager. La distanza è tale che ogni comando impiega circa 23 ore per raggiungere il ricevitore della sonda, rendendo ogni operazione un esercizio di estrema pazienza e precisione balistica. Ormai 7 dei 10 strumenti originali sono spenti, seguendo un protocollo di conservazione energetica stabilito anni fa.

L’operazione “Big Bang” e la speranza del risveglio

Il sacrificio del LECP non è però un addio definitivo. Gli ingegneri della NASA stanno lavorando a una soluzione ancora più ambiziosa denominata “Big Bang“. Questo piano prevede la sostituzione simultanea di un gruppo di componenti alimentati con alternative a basso consumo, con l’obiettivo di mantenere i sistemi di riscaldamento efficienti senza prosciugare le batterie. È una scommessa tecnologica che punta a estendere ulteriormente la vita operativa di entrambi i gemelli Voyager. I test per questa manovra inizieranno a maggio e giugno 2026 su Voyager 2, che gode di margini energetici leggermente superiori ed è meno distante dalla base operativa. Se l’esperimento avrà successo, la procedura verrà applicata a Voyager 1 non prima di luglio. Esiste una concreta possibilità che, ottimizzando i consumi attraverso il “Big Bang”, la NASA riesca a trovare la potenza necessaria per riaccendere il LECP in futuro. Per ora, il piccolo motore dello strumento rimarrà attivo, consumando appena 0,5 watt, pronto a riprendere la sua danza di scansione spaziale se l’energia dovesse tornare a scorrere nei suoi circuiti.