Archeologia, un nuovo metodo ricostruisce le rotte degli antichi spostamenti umani

Dalla Sapienza un approccio innovativo che combina analisi isotopiche, mappe geologiche digitali e tempi di percorrenza a piedi per comprendere meglio la mobilità delle popolazioni del passato

Capire da dove provenissero gli individui vissuti nell’antichità è una delle grandi sfide dell’archeologia contemporanea. Oggi, uno degli strumenti più efficaci per rispondere a questa domanda è l’analisi isotopica dello stronzio, una tecnica che permette di tracciare gli spostamenti delle popolazioni antiche attraverso una vera e propria firma geologica impressa nei resti umani. Lo stronzio è un elemento chimico presente nelle rocce, dove si forma in parte come prodotto del rubidio radioattivo. Proprio per questa origine geologica, il suo valore varia da area ad area, generando una sorta di impronta chimica caratteristica di ciascun territorio. Attraverso l’acqua e il cibo, questa firma viene assorbita dal corpo umano e si deposita nei denti e nelle ossa durante la crescita.

Il dato più importante per gli archeologi riguarda i tessuti che si formano nell’infanzia e che poi non cambiano nel tempo. I denti e una parte particolarmente densa del cranio, la rocca petrosa, conservano infatti per tutta la vita la traccia chimica del luogo in cui una persona è cresciuta. È proprio questa stabilità a rendere lo stronzio uno strumento decisivo per studiare la mobilità umana nel passato.

Come gli archeologi riconoscono nativi e immigrati attraverso lo stronzio

Il principio alla base dell’indagine è chiaro: confrontando i valori dello stronzio rilevati nei denti e nella rocca petrosa con quelli presenti nel terreno del sito di sepoltura, è possibile capire se un individuo fosse originario del luogo in cui è stato sepolto oppure se provenisse da un’altra regione.

Quando i valori coincidono, la persona era verosimilmente nativa dell’area. Quando invece risultano differenti, l’ipotesi più probabile è che si trattasse di un individuo immigrato o comunque cresciuto altrove. In questo modo, l’archeologia isotopica consente di distinguere tra popolazioni locali e gruppi provenienti da altri territori.

Per restringere ulteriormente le possibili aree di provenienza, gli studiosi utilizzano gli isoscape, mappe speciali che proiettano la distribuzione dello stronzio nei diversi territori. Integrando queste mappe con altri dati archeologici e culturali, diventa possibile ricostruire in modo plausibile antiche rotte migratorie, spostamenti legati all’economia e dinamiche di circolazione delle popolazioni.

Il limite delle mappe isotopiche e la nuova ricerca guidata da Sapienza Università di Roma

La sola mappa dei valori dello stronzio misurati in diversi luoghi, tuttavia, non basta per ricostruire i reali percorsi attraversati dai gruppi umani. Sapere che un individuo potrebbe provenire da una certa area non significa infatti sapere quale strada abbia seguito, quali paesaggi abbia attraversato o quanto fosse accessibile quel territorio.

Per superare questo limite, una ricerca guidata da Sapienza Università di Roma ha sviluppato un metodo innovativo che integra analisi chimiche, cartografia digitale e calcolo dei tempi di percorrenza a piedi sul territorio. Il progetto ha unito il Dipartimento di Scienze dell’Antichità e il BIOANTH Lab del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Maxillo Facciali della Sapienza.

Il lavoro, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, ha coinvolto anche studiosi delle Università di Bologna, di Modena e Reggio Emilia, con il MeGic lab, della Columbia University, del CNR-ISPC e dell’Accademia Polacca delle Scienze.

QGIS, tempi di percorrenza e paesaggio: così cambia lo studio della mobilità antica

Il nuovo approccio consente di valutare la mobilità non solo in base alla compatibilità geochimica, ma anche in relazione alla struttura del territorio e alla possibilità concreta di attraversarlo. I tempi medi di percorrenza a piedi vengono calcolati attraverso strumenti di analisi in ambiente QGIS, un software di cartografia digitale usato per elaborare dati geografici e spaziali.

“Il team di ricerca – spiega Emma Stuart, dottoranda Sapienza e primo autore del contributo – propone un nuovo avanzamento metodologico legando i dati isotopici con il calcolo dei tempi medi di percorrenza a piedi (ma altri mezzi di spostamento sono facilmente implementabili nel modello) nel territorio, calcolati con strumenti di analisi in ambiente QGIS. Grazie a questo approccio innovativo si ottengono stime della mobilità più efficaci che considerano tre fattori: il paesaggio locale, quello accessibile in una giornata di cammino e quello a maggiori distanze. Questo approccio è modulabile ulteriormente in modo flessibile, a seconda delle domande poste per il caso studiato”.

La forza del metodo sta quindi nella sua capacità di essere modulabile. Il modello può essere adattato a diverse domande di ricerca e, come sottolinea Stuart, può integrare anche altri mezzi di spostamento oltre al cammino. In questo modo l’analisi isotopica dello stronzio diventa parte di una ricostruzione più ampia, in cui la chimica dei resti umani dialoga con la geografia, la morfologia del territorio e le ipotesi archeologiche.

Gli isoscape italiani e il ruolo dell’Università di Modena e Reggio Emilia

La ricerca si inserisce in un percorso scientifico più ampio, che negli ultimi anni ha visto crescere l’importanza degli isoscape per lo studio della mobilità. Federico Lugli, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, ricorda il contributo dell’ateneo e l’esperienza maturata in questo campo.

Federico Lugli, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, nota che “lo studio della mobilità umana nel passato è oggi una delle frontiere avanzate in archeologia e l’esperienza pluriennale di Unimore sull’argomento ha posto le basi per questo importante avanzamento metodologico, realizzando anni fa i primi isoscape italiani per lo stronzio. Le applicazioni inoltre sono molteplici e spaziano in campi come l’ecologia animale, le scienze forensi e la paleontologia”.

La portata del metodo, dunque, non riguarda soltanto l’archeologia. Le applicazioni possibili si estendono all’ecologia animale, alle scienze forensi e alla paleontologia, ambiti nei quali riconoscere la provenienza geografica di individui, animali o resti biologici può fornire informazioni determinanti.

Affidabilità degli isoscape: perché i dataset devono essere controllati con rigore

Accanto alle potenzialità, la ricerca affronta anche una questione cruciale: l’affidabilità degli isoscape e dei campioni utilizzati per costruirli. Le mappe isotopiche, infatti, possono fornire informazioni molto preziose, ma devono essere realizzate e interpretate con cautela.

Alessandro Vanzetti, del Dipartimento di Scienze dell’antichità e coordinatore della ricerca, sottolinea inoltre che “lo studio affronta anche la questione fondamentale della creazione degli isoscape, verificando l’affidabilità e l’uso delle categorie di campioni da scegliere, quali ad esempio i resti umani e i resti dei mammiferi di grossa taglia. Gli isoscape sono confermati come strumenti dal fondamentale potenziale informativo, ma da utilizzare con cautela, sempre con un controllo rigoroso dei dataset su cui sono costruiti e applicando nuovi approcci come quello proposto nell’articolo appena pubblicato”.

Il punto è centrale per l’archeologia del futuro. La qualità delle conclusioni dipende dalla qualità dei dati di partenza. Per questo la scelta dei campioni, la verifica delle categorie utilizzate e il controllo dei dataset diventano passaggi indispensabili per evitare interpretazioni troppo semplificate o geograficamente fuorvianti.

Due casi di studio nell’età del Ferro: Fermo e Monterenzio Vecchio

Il metodo è stato testato su due siti dell’età del Ferro: Fermo, nelle Marche, datato tra il IX e il V secolo a.C., e Monterenzio Vecchio, in Emilia-Romagna, riferibile al IV-III secolo a.C. Entrambi i contesti erano già stati studiati da alcuni componenti del gruppo di ricerca, ma l’applicazione del nuovo approccio ha permesso di confermare e, in alcuni casi, reinterpretare i risultati proposti in precedenza.

Questa verifica mostra l’importanza della riflessione metodologica. Non basta raccogliere dati isotopici: occorre inserirli in modelli capaci di tenere conto del paesaggio, delle distanze, delle possibilità di movimento e delle informazioni archeologiche disponibili. Solo così l’analisi dello stronzio può diventare uno strumento davvero efficace per ricostruire le dinamiche di mobilità nel passato.

Migrazioni, risorse e rotte commerciali: cosa può rivelare il nuovo metodo

Il valore fondamentale della ricerca sta nella possibilità di unire l’identità biologica delle popolazioni con la geografia del territorio. Incrociando questi dati, gli studiosi possono ricostruire gli spostamenti storici con una precisione inedita e comprendere meglio le cause profonde delle migrazioni.

Il nuovo approccio può aiutare a distinguere tra spostamenti legati alla ricerca di risorse, risposte a cambiamenti climatici o apertura di nuove rotte commerciali. Non si limita quindi a indicare da dove un individuo potesse provenire, ma permette di inserire quella provenienza in un quadro più complesso, fatto di paesaggi percorribili, relazioni economiche, contatti culturali e trasformazioni ambientali.

Allo stesso tempo, il metodo può suggerire dove concentrare nuove indagini. Le aree indicate come possibili zone di provenienza possono diventare obiettivi per ulteriori ricerche archeologiche e geochimiche, così da raccogliere nuovi dati e affinare le ricostruzioni.

Una nuova frontiera per l’archeologia della mobilità

La ricerca guidata da Sapienza Università di Roma mostra come l’archeologia stia entrando in una fase sempre più interdisciplinare, in cui le analisi di laboratorio si intrecciano con la cartografia digitale, la geochimica, la bioarcheologia e lo studio dei paesaggi.

L’analisi isotopica dello stronzio resta al centro del processo, ma il suo potenziale cresce quando viene integrato con strumenti capaci di misurare l’accessibilità reale del territorio. In questo modo, gli isoscape non sono più soltanto mappe di compatibilità geochimica, ma diventano parte di un modello dinamico per comprendere come le popolazioni antiche si siano spostate, quali territori abbiano attraversato e quali relazioni abbiano costruito.

Il risultato è un avanzamento significativo nello studio della mobilità umana nel passato. Una metodologia che non cancella la complessità delle migrazioni antiche, ma la affronta con strumenti più precisi, capaci di collegare la chimica dei resti umani alla concretezza dei paesaggi storici.