I ghiacciai delle nostre Alpi stanno diventando lo scenario di una corsa contro il tempo senza precedenti, dove la ricerca scientifica si intreccia indissolubilmente con la cronaca di un’estinzione annunciata. Il MUSE – Museo delle Scienze di Trento, attraverso il progetto AASER25, ha recentemente portato alla luce scoperte straordinarie che svelano i meccanismi più intimi della vita in condizioni estreme, proprio nel momento in cui questi fragili ecosistemi rischiano di scomparire per sempre. Lo studio, condotto in collaborazione con l’Università di Padova e l’Accademia Polacca delle Scienze, delinea un quadro biologico estremamente complesso e affascinante, caratterizzato da forme di resilienza eccezionale minacciate da una crisi climatica drastica. La soddisfazione per i nuovi traguardi raggiunti dai ricercatori viene però oscurata dalla rapida degradazione degli ambienti glaciali, che stanno perdendo pezzi fondamentali della loro biodiversità prima ancora che l’uomo riesca a catalogarli con precisione e a comprenderne il ruolo ecologico.
Gli “Chef Metabolici”: la vita dove non c’è cibo
La ricerca, coordinata dalla dott.ssa Valeria Lencioni del MUSE, ha permesso di fare luce sul microbioma intestinale dei moscerini appartenenti al genere Diamesa. Si tratta di insetti capaci di prosperare in ambienti estremi con temperature costantemente vicine allo zero. La scoperta più sorprendente riguarda la loro strategia di alimentazione: sebbene l’intestino di queste larve sia composto fino al 99% da materiale minerale, ovvero semplice sabbia, la loro sopravvivenza è assicurata da un nucleo stabile di microrganismi. Questi batteri, identificati come appartenenti ai generi Massilia, Serratia e Pseudomonas, agiscono come veri e propri “chef metabolici”. Essi formano una cucina biochimica interna capace di trasformare i poveri detriti organici mischiati ai granelli in nutrienti assimilabili, permettendo la vita dove apparentemente non c’è cibo.
Cernosvitoviella cryophila: la cronaca di un’estinzione
Se da un lato la biologia celebra queste nuove forme di adattamento, dall’altro registra perdite irreparabili. È il caso della Cernosvitoviella cryophila, una nuova specie di verme acquatico descritta sulla rivista Acta Zoologica Bulgarica dalle ricercatrici Elzbieta Dumnicka e Valeria Lencioni. La storia di questo organismo ha però un retrogusto amaro: individuata in campioni raccolti negli anni ’90 presso il ghiacciaio del Carè Alto, la specie è oggi già localmente estinta. Nei monitoraggi del 2022 non ne è stata trovata alcuna traccia. Il ritiro del ghiacciaio del 50% e il conseguente innalzamento della temperatura dell’acqua di oltre 2°C hanno cancellato l’habitat di questo organismo “amante del gelo” prima ancora che venisse classificato.
Il pericolo dei batteri “scongelati”
Oltre alla perdita di biodiversità, lo studio solleva un serio allarme sul piano ambientale e sanitario. Attraverso la tecnica del metabarcoding (l’analisi del DNA), i ricercatori hanno individuato nelle larve e nell’ambiente tracce di batteri potenzialmente patogeni, legati a malattie come l’antrace (Bacillus anthracis), la Salmonella e la Legionella. I ricercatori spiegano chiaramente il fenomeno: “Si tratta di materiale biologico rimasto isolato per secoli e ora rilasciato con la fusione dei ghiacci“. Questo “scongelamento” batterico potrebbe presto avere ripercussioni sulle reti trofiche e sulla fauna selvatica, imponendo la necessità di un monitoraggio costante.
Il Progetto AASER25 per il futuro delle Alpi
Queste indagini sono parte integrante del progetto AASER25 (Arctic and Alpine Stream Ecosystem Research), che mette a confronto i dati storici degli anni ’90 con i rilievi attuali per prevedere il destino della biodiversità alpina e artica. La sfida del MUSE rimane quella di documentare la “biodiversità nascosta” prima che il cambiamento climatico ne cancelli le tracce. La dott.ssa Lencioni conclude l’analisi con un avvertimento inequivocabile: “Il ritiro dei ghiacciai favorisce specie generaliste, ma le più specializzate hanno un destino segnato“.


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