La nave oceanografica ‘Gaia Blu’ del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha completato con successo la campagna EMSO-SA (European Multidisciplinary Seafloor and Water Column Observatory – Southern Adriatic), un’importante missione scientifica focalizzata sulla tutela e lo studio del Mar Adriatico meridionale. Partita dal porto di Bari, l’imbarcazione ha operato come un vero e proprio laboratorio galleggiante con l’obiettivo principale di effettuare la manutenzione dei siti osservativi sommersi. Questa rete infrastrutturale europea, fondamentale per il monitoraggio continuo degli oceani, permette di raccogliere dati cruciali che gli scienziati utilizzano per comprendere lo stato di salute dei nostri mari. Le attività oceanografiche hanno combinato tecnologia avanzata e campionamenti diretti, garantendo la continuità di una ricerca indispensabile per decifrare i mutamenti ambientali in corso.
Tecnologia sottomarina e dati in tempo reale
I ricercatori a bordo hanno lavorato intensamente per recuperare e riposizionare la strumentazione ancorata nei fondali adriatici. Il monitoraggio della colonna d’acqua fornisce parametri vitali per comprendere la complessa dinamica marina.
“Sul fondo del mare e lungo tutta la colonna d’acqua operano sensori, trappole di sedimento e boe che raccolgono dati in tempo reale su temperatura, correnti, ossigeno e biodiversità, offrendo una fotografia dinamica e costantemente aggiornata dello stato del mare”, spiega Stefano Miserocchi, dell’Istituto di scienze polari del Cnr (Cnr-Isp) di Bologna e coordinatore campagna EMSO-SA. “Gli strumenti degli osservatori sottomarini sono stati recuperati, i dati scaricati dalle memorie interne e le batterie sostituite per poi essere controllati e rimessi in acqua, così da funzionare per mesi o anni anche in condizioni estreme”.
“Un ruolo centrale è affidato agli ancoraggi oceanografici” evidenzia Vanessa Cardin, dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS e coordinatrice della Regional Facilty del sito sud Adriatico che fa parte dell’infrastruttura europea EMSO-ERIC. “Si tratta di piattaforme strumentali ancorate fino a oltre mille metri di profondità, capaci di acquisire in continuo dati fisici e biochimici dell’oceano profondo. Queste infrastrutture operano como vere e proprie ‘sentinelle del mare’, fondamentali per monitorare la variabilità marina e gli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi e sulla circolazione oceanica nel lungo periodo”.
Lo studio dell’acidificazione e il ruolo del Canyon di Bari
Oltre alla manutenzione della rete di sensori, gli scienziati hanno effettuato calate CTD mediante sonde multiparametriche per misurare conducibilità, temperatura e profondità. I campionamenti d’acqua raccolti serviranno sia a calibrare la strumentazione sia a condurre analisi biogeochimiche sul sistema carbonatico e sui delicati processi di acidificazione oceanica.
“Questi interventi permettono di verificare la condizione e la stabilità dell’infrastruttura dopo lunghi periodi in mare e garantire, così, la qualità delle misure raccolte, contribuendo alla costruzione di serie storiche sempre più accurate e affidabili”, aggiunge Vanessa Cardin.
Un’attenzione speciale è stata riservata al canyon di Bari, una profonda valle sottomarina localizzata a 22 miglia nautiche dalla costa pugliese, che incide profondamente sulla circolazione dell’Adriatico meridionale. “In quest’area si registrano correnti di fondo molto intense, che convogliano verso il mare profondo le acque dense provenienti dal Nord Adriatico, trasportando ossigeno, CO2, sedimenti e anche inquinanti”, sottolinea Miserocchi. “Questo sistema naturale, paragonabile a un ‘nastro trasportatore’, contribuisce alla ventilazione delle acque profonde e rende l’area un osservatorio privilegiato per studiare l’evoluzione del clima e le ses conseguenze sugli ecosistemi marini”.


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