Ebola, un medico: “il virus fa paura, il focolaio è una polveriera”

L’epidemia ha il suo epicentro nella provincia congolese di Ituri, ma la vicinanza geografica e i movimenti della popolazione preoccupano autorità sanitarie e operatori umanitari

Anche in Uganda il virus Ebola, nella sua variante Bundibugyo, più rara e meno conosciuta, torna a far paura. Al momento l’epidemia ha il suo epicentro nella Repubblica Democratica del Congo, nella provincia di Ituri, ma nella vicina Uganda i 2 casi confermati e il decesso registrato hanno fatto scattare l’allerta tra istituzioni, autorità sanitarie e operatori umanitari. A spiegare la situazione è Giovanni Dall’Oglio, medico che da molti anni lavora nel Paese africano con l’organizzazione non governativa Medici con l’Africa Cuamm. Dall’Oglio è anche il fratello minore di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita scomparso in Siria nel 2013.

Il medico sottolinea come la distanza tra l’area congolese interessata e l’Uganda non sia così ampia, soprattutto considerando la capacità di diffusione di un virus. La provincia congolese colpita, infatti, “in linea d’aria è a circa 260 chilometri. Ovviamente se si seguono le strade disponibili è molto di più lontana. Ma in linea d’aria parliamo di una distanza ridotta. Soprattutto per un virus”, spiega Dall’Oglio al telefono con l’Adnkronos Salute.

Il focolaio in un’area di conflitto: “è un po’ una polveriera”

A rendere particolarmente complessa la gestione dell’epidemia di Ebola Bundibugyo è il contesto in cui il focolaio si è sviluppato. Secondo Dall’Oglio, la particolarità di questa epidemia è legata al fatto che “il focolaio dove è nata è in un’area di conflitto, nel nord Kivu. E’ una zona molto popolata e la popolazione si muove molto. E’ seminomade. Difficile, quindi, attuare tutte le procedure internazionali ‘standard operation’ per il contenimento e il controllo dell’epidemia. Diciamo che è un po’ una polveriera”.

Il quadro epidemiologico descritto è già pesante. Al momento si contano 750 casi sospetti e 177 morti sospette, “cioè il 24%”. Numeri che contribuiscono ad aumentare l’attenzione anche nei Paesi confinanti, a partire dall’Uganda, che in passato ha già affrontato epidemie legate a febbri emorragiche.

Uganda in allerta: contenimento alle frontiere e indicazioni dell’Oms

La risposta dell’Uganda si sta concentrando in particolare sulla prevenzione e sul controllo dei confini. Dall’Oglio evidenzia che il Paese ha reagito rapidamente proprio in virtù dell’esperienza maturata in precedenti emergenze sanitarie.

“L’Uganda – continua Dall’Oglio – siccome è già passata varie volte per epidemie con febbri emorragiche, si è attivata subito. Segue alla lettera le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. In particolare ci stiamo preparando in modo molto deciso sui confini. I 2 casi che sono stati registrati nel Paese, infatti, sono tutti e due di importazione. Uno è stato diagnosticato quando ormai la persona era già deceduta ed è stata riportata in Congo. L’altro paziente invece è ancora ricoverato all’ospedale di Kampala, al Mugago Hospital, e non conosciamo con certezza le sue condizioni. Ma dovrebbe essere in miglioramento. Un primo tassello importante, quindi, è quello a livello di contenimento alle frontiere”.

Il dato centrale, dunque, è che i due casi registrati in Uganda sono stati indicati come casi di importazione. Uno è stato diagnosticato dopo il decesso della persona, poi riportata in Congo, mentre l’altro paziente risulta ricoverato a Kampala, al Mugago Hospital, con condizioni non note con certezza ma considerate in possibile miglioramento.

Stop agli arrivi aerei dal Congo e campagne di educazione sanitaria

Accanto al rafforzamento del controllo alle frontiere, il Paese ha adottato altre misure per ridurre il rischio di contagio. “è stato vietato l’arrivo con aereo dal Congo. Ma soprattutto, il Paese punta su strategie di educazione sanitaria per la prevenzione nelle scuole, nei luoghi pubblici”, racconta Dall’Oglio.

La prevenzione passa anche dalla comunicazione capillare, in un Paese caratterizzato da una forte pluralità linguistica. “In Uganda ci sono tante lingue differenti, quindi in ogni area sono distribuiti volantini specifici, attivate trasmissioni radiofoniche o sui social in lingua locale, in modo che tutti quanti possano ricevere le informazioni giuste su come proteggersi da questo ceppo di Ebola”, dice il medico.

La strategia sanitaria punta quindi sull’informazione diffusa e localizzata, con materiali e messaggi adattati alle diverse aree del Paese. L’obiettivo è rendere accessibili le indicazioni di prevenzione contro il ceppo Bundibugyo di Ebola, soprattutto nei luoghi pubblici, nelle scuole e nelle comunità più esposte.

Il lavoro del Cuamm nel Nord dell’Uganda

Dall’Oglio si trova nel Nord dell’Uganda, una regione “in cui il Cuamm da anni sta facendo importanti progetti di salute pubblica. Noi lavoriamo, come è caratteristica del Cuamm, in progetti di lungo periodo insieme con il Distretto, l’istituzione locale, con cui siamo partner: lavoriamo insieme, prendiamo insieme le decisioni, raccogliamo i fondi in funzione dei bisogni che sono identificati insieme a loro”.

Il modello operativo di Medici con l’Africa Cuamm si basa dunque sulla collaborazione con le istituzioni locali e su interventi di lungo periodo, costruiti insieme ai distretti e orientati ai bisogni identificati sul territorio.

“Sostanzialmente”, riferisce il medico, “facciamo progetti di salute per il materno-infantile, iniziative per gli adolescenti e diamo il sostegno all’ospedale di San Giovanni Hospital di Aber, che è un nosocomio molto importante qui nella regione. Poi abbiamo altri interventi in altri due Distretti e altri progetti in ampie parti del Paese”.

Il sostegno riguarda quindi la salute materno-infantile, gli adolescenti, l’appoggio all’ospedale di San Giovanni Hospital di Aber e altri interventi attivi in più distretti e in diverse aree dell’Uganda.

L’équipe sul territorio: “anche questa volta resteremo”

Dall’Oglio lavora da anni con un’équipe radicata sul territorio. “Siamo 8 persone. Io sono l’unico espatriato, gli altri sono tutti operatori locali. Da tempo collaboriamo e siamo orgogliosi del lavoro che facciamo. Io mi sento parte del Paese, dell’Uganda, della popolazione. Affrontiamo anche il problema Ebola con positività e faremo quello che è necessario. Non siamo mai andati via in caso di epidemia e quindi – conclude – anche questa volta resteremo”.

La presenza degli operatori sul campo rappresenta un elemento decisivo nella gestione dell’allerta legata a Ebola in Uganda. In un contesto segnato dalla vicinanza geografica con il focolaio congolese, dalla mobilità della popolazione e dalla difficoltà di applicare pienamente le procedure standard in aree di conflitto, la risposta sanitaria si concentra su prevenzione, sorveglianza, informazione e collaborazione con le autorità locali.