Hormuz chiuso, Schroders avverte: rischio di una nuova crisi energetica globale, ecco chi rischia di più in Europa

L’interruzione del passaggio chiave per petrolio e gas potrebbe riaccendere inflazione persistente, rallentamento economico e tensioni geopolitiche nel 2026, in uno scenario che l’analisi paragona alle grandi crisi petrolifere degli anni ’70

La chiusura dello stretto di Hormuz minaccia di aprire una nuova fase di instabilità per l’economia mondiale. Secondo un’analisi di Schroders, l’interruzione del transito energetico attraverso uno dei passaggi più strategici per il commercio globale di petrolio e gas potrebbe riaccendere nel 2026 uno scenario segnato da inflazione persistente, rallentamento economico e nuove tensioni geopolitiche globali. L’allarme arriva in un momento particolarmente delicato per le economie internazionali, ancora impegnate ad adattarsi agli effetti della crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina iniziata nel 2022. Il nuovo shock, secondo il rapporto, rischia di aggiungersi a un quadro già fragile, amplificando le pressioni sui prezzi dell’energia e colpendo consumatori, imprese e governi.

Schroders paragona il rischio alle grandi crisi petrolifere degli anni ’70

Il rapporto, redatto da Irene Lauro, economista senior per l’Europa e specialista del clima di Schroders, avverte che l’impatto dell’interruzione nello stretto di Hormuz potrebbe avere conseguenze paragonabili alle grandi crisi petrolifere degli anni ’70.

Il passaggio è considerato cruciale perché attraverso Hormuz transita una quota rilevante del commercio globale di energia. Una sua chiusura non colpirebbe soltanto i Paesi direttamente dipendenti dalle forniture che attraversano lo stretto, ma si rifletterebbe sull’intero mercato internazionale attraverso l’aumento dei prezzi globali dell’energia.

La conseguenza più immediata sarebbe un rincaro dei costi energetici, con effetti a catena sull’industria, sui trasporti, sulla produzione e sui bilanci familiari. In un contesto in cui molte economie non hanno ancora assorbito pienamente gli shock degli ultimi anni, il rischio indicato da Schroders è quello di una nuova fiammata inflazionistica difficile da contenere.

Asia in prima linea: oltre l’80% delle spedizioni passa da Hormuz

L’area più esposta alla crisi è l’Asia. Secondo l’analisi di Schroders, le economie asiatiche importano oltre l’80% delle spedizioni di petrolio e gas che transitano attraverso lo stretto di Hormuz. Questa dipendenza rende la regione particolarmente vulnerabile a qualsiasi interruzione dei flussi energetici.

Tra i Paesi più a rischio figurano Giappone e Corea del Sud, indicati come particolarmente vulnerabili a causa della loro enorme dipendenza dai combustibili fossili importati. Per economie fortemente industrializzate e dipendenti dall’energia estera, un blocco prolungato dei flussi potrebbe tradursi in un aumento dei costi di produzione, pressioni sui consumi e maggiore incertezza finanziaria.

L’esposizione asiatica assume un peso ancora maggiore perché la regione rappresenta uno dei principali motori della crescita globale. Un rallentamento delle economie asiatiche, innescato da un nuovo shock energetico, avrebbe quindi ripercussioni ben oltre i confini regionali.

L’Europa non è immune agli effetti dei prezzi globali dell’energia

Sebbene l’Europa sia meno esposta in termini diretti rispetto all’Asia, il rapporto sottolinea che il continente non sarebbe immune agli effetti della crisi. L’Europa importa circa il 5% del suo petrolio e il 13% del suo gas naturale liquefatto attraverso lo stretto di Hormuz, quote inferiori rispetto a quelle asiatiche ma comunque rilevanti in un mercato energetico interconnesso.

Il punto centrale indicato da Schroders riguarda la dinamica dei prezzi. Anche una dipendenza diretta più contenuta non protegge l’Europa dall’aumento dei prezzi globali dell’energia. Il rincaro finirebbe infatti per trasferire l’onere su consumatori e imprese europee, alimentando nuove pressioni sui costi e riducendo il potere d’acquisto.

In questo scenario, l’Europa rischierebbe di trovarsi nuovamente davanti a una combinazione difficile da gestire: energia più cara, crescita più debole e inflazione più persistente.

Spagna tra i Paesi europei più vulnerabili

Tra i Paesi europei, la Spagna viene indicata come uno dei più vulnerabili a causa della sua elevata dipendenza dall’energia estera. Il dato assume particolare rilievo perché, anche in presenza di una minore esposizione diretta europea ai flussi di Hormuz, le economie più dipendenti dalle importazioni energetiche restano maggiormente sensibili agli shock internazionali.

Per la Spagna, un aumento dei prezzi globali di petrolio e gas potrebbe incidere sui costi delle imprese, sulle bollette delle famiglie e sulla competitività del sistema produttivo. La vulnerabilità deriva quindi non soltanto dalla rotta specifica delle importazioni, ma dalla struttura complessiva della dipendenza energetica dall’estero.

Inflazione persistente e rallentamento economico: il rischio macroeconomico

La nuova crisi energetica evocata da Schroders potrebbe riportare al centro il tema della inflazione persistente. Un rialzo prolungato dei prezzi dell’energia tende infatti a trasmettersi all’intera economia, influenzando il costo dei beni, dei servizi e della produzione industriale.

Il rischio è che le banche centrali e i governi si trovino davanti a uno scenario complesso, in cui la necessità di contenere l’inflazione si accompagna a segnali di rallentamento economico. Una crisi energetica prolungata potrebbe ridurre i consumi, frenare gli investimenti e aumentare l’incertezza sui mercati.

Secondo l’analisi, il problema non sarebbe limitato al costo immediato dell’energia, ma riguarderebbe la possibilità che lo shock si trasformi in un fattore persistente di instabilità economica e geopolitica.

Uno shock che arriva dopo la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina

La tempistica della crisi è uno degli elementi più rilevanti messi in evidenza dal rapporto. L’interruzione del transito energetico attraverso Hormuz si verifica mentre le economie globali stanno ancora facendo i conti con le conseguenze della crisi energetica derivante dall’invasione russa dell’Ucraina iniziata nel 2022.

Negli ultimi anni, governi e imprese hanno dovuto rivedere strategie di approvvigionamento, politiche energetiche e piani industriali. Un nuovo shock sul fronte del petrolio e del gas naturale liquefatto rischierebbe di complicare ulteriormente questo processo di adattamento.

Per questo motivo, l’avvertimento di Schroders non riguarda soltanto il mercato energetico, ma l’equilibrio complessivo dell’economia internazionale nel 2026.

Il nodo geopolitico dello stretto di Hormuz

Lo stretto di Hormuz è molto più di un passaggio marittimo. È uno snodo strategico per il commercio globale dell’energia e, proprio per questo, la sua chiusura ha implicazioni che vanno oltre i mercati delle materie prime. Le tensioni geopolitiche globali potrebbero intensificarsi, soprattutto se l’interruzione dei flussi dovesse protrarsi. La sicurezza delle rotte energetiche, la stabilità dei prezzi e la capacità dei Paesi importatori di diversificare le forniture diventerebbero temi centrali per governi, investitori e imprese.

L’analisi di Schroders mette quindi in evidenza una vulnerabilità strutturale dell’economia mondiale: la dipendenza da pochi passaggi strategici per l’approvvigionamento di energia.

Una nuova prova per consumatori, imprese e governi

L’eventuale prolungamento della crisi nello stretto di Hormuz avrebbe conseguenze dirette sulla vita economica quotidiana. I consumatori potrebbero affrontare nuovi aumenti dei costi energetici, mentre le imprese sarebbero esposte a un incremento dei costi di produzione e trasporto.

Per i governi, la sfida sarebbe duplice: contenere l’impatto sociale dei rincari e preservare la stabilità economica senza alimentare ulteriormente le pressioni inflazionistiche. La gestione della crisi richiederebbe quindi decisioni rapide in materia di energia, politica fiscale e sicurezza degli approvvigionamenti.

Il messaggio centrale del rapporto Schroders è che la chiusura dello stretto di Hormuz non rappresenta un rischio regionale, ma un possibile shock sistemico per l’economia globale. L’Asia appare la regione più esposta, con Giappone e Corea del Sud in prima linea, mentre in Europa la Spagna emerge tra i Paesi più vulnerabili per la sua elevata dipendenza dall’energia estera.