Il 18 maggio 1980 l’eruzione del Monte Sant’Elena: foreste, città e vite umane distrutte in pochi istanti

Tra le vittime vi furono scienziati, fotografi, campeggiatori e residenti: celebri le ultime parole di David A. Johnston

Il 18 maggio 1980 gli Stati Uniti furono colpiti da una delle più devastanti catastrofi naturali della loro storia recente: l’eruzione del Mount St. Helens, conosciuto il Monte Sant’Elena. Il vulcano, situato nello Stato di Washington, esplose violentemente dopo settimane di attività sismica, causando la morte di 57 persone e danni stimati in circa 3 miliardi di dollari. Alle 08:32 del mattino, un terremoto magnitudo 5.1 provocò il collasso del versante settentrionale della montagna. In pochi secondi si generò una gigantesca frana, considerata ancora oggi una delle più grandi mai registrate nella storia moderna. Subito dopo, una potente esplosione laterale liberò una nube di gas, cenere e detriti incandescenti che si abbatté sulle foreste circostanti a velocità impressionante.

La distruzione

L’eruzione distrusse oltre 600 km quadrati di territorio. Intere distese di alberi furono spazzate via come fuscelli, mentre fiumi, strade e ponti vennero travolti dal fango vulcanico. Le ceneri raggiunsero diversi Stati americani, oscurando il cielo anche a centinaia di km di distanza. Tra le vittime vi furono scienziati, fotografi, campeggiatori e residenti che non avevano abbandonato l’area nonostante gli allarmi. Una delle figure simbolo della tragedia fu David A. Johnston, giovane vulcanologo dell’United States Geological Survey che stava monitorando il vulcano da una postazione di osservazione. La sua ultima comunicazione radio – “Vancouver! Vancouver! This is it!” – è rimasta una delle frasi più celebri nella storia della vulcanologia.

Un cambiamento epocale

Prima dell’eruzione, il Monte Sant’Elena era noto per la sua forma quasi perfettamente conica, tanto da essere soprannominato il “Fuji americano”. Dopo l’esplosione, il profilo della montagna cambiò radicalmente: la cima perse oltre 400 metri di altezza e si trasformò in un enorme cratere aperto verso Nord. L’evento ebbe un impatto enorme anche sul piano scientifico. L’eruzione del 1980 rivoluzionò i sistemi di monitoraggio vulcanico e la gestione delle emergenze naturali. Gli studiosi compresero meglio i segnali premonitori delle eruzioni esplosive, mentre le autorità iniziarono a sviluppare protocolli di evacuazione più avanzati. Ancora oggi il Mount St. Helens National Volcanic Monument è un luogo di studio e memoria. L’area devastata è diventata nel tempo un laboratorio naturale a cielo aperto, dove gli scienziati osservano come la natura riesca lentamente a rigenerarsi dopo una distruzione così estrema.