Oggi, 25 maggio 2026, ricorrono 18 anni dall’atterraggio su Marte della sonda Phoenix, una missione che cambiò il modo in cui gli scienziati osservano il Pianeta Rosso. Dopo un viaggio di circa 10 mesi nello Spazio, Phoenix raggiunse la superficie marziana il 25 maggio 2008, atterrando nelle pianure ghiacciate dell’emisfero settentrionale del pianeta. L’evento fu seguito con grande attenzione dalla comunità scientifica internazionale: far arrivare una sonda su Marte era già una sfida complessa, ma farla scendere in sicurezza in una zona polare rappresentava un’impresa ancora più delicata.
A differenza di altri veicoli progettati per spostarsi sulla superficie, Phoenix era una sonda fissa. Non avrebbe percorso km tra rocce e crateri: il suo compito era scavare il terreno e analizzare ciò che si nascondeva appena sotto la superficie marziana. L’obiettivo era preciso: cercare tracce di acqua ghiacciata e comprendere se Marte avesse posseduto, in passato o nel presente, condizioni compatibili con forme di vita microscopiche.
I risultati non tardarono ad arrivare. Utilizzando il proprio braccio robotico, Phoenix portò alla luce ghiaccio d’acqua nascosto sotto uno strato di suolo marziano. Le immagini mostrarono piccoli frammenti bianchi che, nel corso di alcuni giorni, scomparvero lentamente: un comportamento interpretato come sublimazione, il passaggio diretto del ghiaccio allo stato gassoso. Per gli scienziati fu una conferma importante. Da tempo esistevano indizi della presenza di acqua su Marte, ma Phoenix contribuì a dimostrare in modo diretto che il ghiaccio era presente nel sottosuolo del pianeta.
La missione raccolse anche dati chimici sorprendenti. L’analisi del terreno mostrò la presenza di minerali e sostanze che suggerivano un ambiente più complesso di quanto si pensasse in precedenza. Sebbene non siano state trovate prove di vita, i risultati indicarono che alcune regioni marziane avrebbero potuto essere più favorevoli alla chimica necessaria alla sua comparsa. Phoenix concluse la propria attività dopo alcuni mesi, quando l’arrivo dell’inverno marziano e il calo della luce solare resero impossibile continuare a produrre energia. Tuttavia, il suo contributo andò ben oltre la durata della missione. Oggi molte delle missioni che studiano Marte – e anche i progetti che puntano a future missioni umane – si basano sulle conoscenze raccolte da Phoenix.


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