Il caffè è entrato nelle nostre vite e nelle nostre vene oltre 600 anni fa, trasformandosi rapidamente in un rito quotidiano irrinunciabile per milioni di persone in tutto il mondo. Oggi arriviamo a consumare in media quasi 2 kg di questa preziosa polvere all’anno per persona, sviluppando nel tempo preferenze estremamente specifiche sulle innumerevoli miscele e sui diversi metodi di preparazione. La quantità di bevanda che scegliamo di consumare ogni giorno è fortemente influenzata dai nostri geni, che agiscono in modo diretto sul sistema di ricompensa del cervello e regolano con precisione il metabolismo della caffeina. Molti appassionati, tuttavia, si pongono una domanda cruciale riguardante la propria salute cardiovascolare: l’assunzione regolare di questa bevanda comporta un aumento pericoloso della pressione sanguigna? Spesso emerge il timore diffuso di dover rinunciare definitivamente al piacere della tazzina mattutina per salvaguardare il benessere del proprio cuore.
La meccanica della pressione e l’effetto della caffeina
La pressione sanguigna è la forza esercitata dal sangue sulle pareti delle arterie e si misura attraverso 2 valori: la pressione sistolica e quella diastolica. Si parla di ipertensione quando i valori raggiungono costantemente i 140/90 o più. Circa il 31% degli adulti ne soffre, e la metà di essi non ne è consapevole. Sul legame tra questa condizione e la nostra tazzina quotidiana fa chiarezza un approfondimento pubblicato su The Conversation a cura di Clare Collins, Laureate Professor in Nutrition and Dietetics presso la University of Newcastle. “Il caffè può aumentare la pressione sanguigna a breve termine, soprattutto se non si è abituati a berlo o se si ha già la pressione alta“, spiega la professoressa Collins. La caffeina funge da stimolante: spinge le ghiandole surrenali a rilasciare adrenalina, accelerando il battito cardiaco e restringendo i vasi sanguigni.
Cosa dicono le ricerche scientifiche sull’ipertensione
A lungo termine la prospettiva cambia radicalmente. Il caffè contiene centinaia di composti fitochimici che influenzano positivamente il nostro organismo. Tra questi spiccano le melanoidine, che regolano il volume dei liquidi, e l’acido chinico, che contribuisce ad abbassare la pressione sanguigna migliorando il rivestimento dei vasi. Analizzando i dati a lungo termine, le notizie sono rassicuranti. Come si legge su The Conversation, una massiccia revisione di 13 studi su oltre 315mila persone ha portato i ricercatori a concludere che bere caffè “non è stato associato a un aumentato rischio di sviluppare la condizione” dell’ipertensione. Esiste tuttavia un’eccezione vitale individuata da uno studio giapponese condotto su 18mila adulti: per chi presenta un’ipertensione di grado 2-3, il rischio di decesso per malattie cardiovascolari risulta raddoppiato se si consumano 3 o più tazze di caffè al giorno.
Le regole d’oro per un consumo sicuro
“Questo non significa che si debba eliminare il caffè se si ha la pressione alta o si è preoccupati per la salute del cuore. La moderazione è la chiave“, ribadisce Clare Collins nel suo articolo. Per godersi la propria bevanda preferita in totale sicurezza, è fondamentale adottare un approccio consapevole, trasformando le indicazioni mediche in abitudini quotidiane. Il primo passo consiste nel conoscere a fondo i propri valori pressori e il quadro clinico generale, tenendo conto di fattori determinanti come la dieta, il livello di attività fisica e la familiarità genetica. L’obiettivo ideale per la popolazione generale è moderare l’assunzione, non superando le 3 tazze al giorno e valutando di tanto in tanto l’alternativa del decaffeinato. Anche le tempistiche giocano un ruolo cruciale: evitare la caffeina nelle ore pomeridiane aiuta a proteggere la qualità del sonno, così come è caldamente sconsigliato assumerla subito prima di misurare la pressione. Infine, la massima cautela è d’obbligo per chi registra picchi pressori significativi: in presenza di una pressione sistolica pari o superiore a 160, o una diastolica pari o superiore a 100, la raccomandazione rigorosa degli esperti è di limitarsi a una singola tazza al giorno, consultando sempre il proprio medico curante per una valutazione attenta e personalizzata.


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