L’asteroide che spense la Terra: così le creature più piccole sfuggirono all’estinzione

Una nuova ricerca dell'Università di Bristol fa luce sull'enigma evolutivo di 66 milioni di anni fa. Essere minuscoli e abituati all'oscurità polare ha permesso al plancton marino di sopravvivere alla fine dei dinosauri

Circa 66 milioni di anni fa, il catastrofico impatto dell’asteroide Chicxulub ha stravolto per sempre il nostro pianeta, innescando cambiamenti ambientali così estremi da causare l’estinzione del 75% delle specie documentate nei reperti fossili. Questo evento devastante segna il confine geologico noto come Cretaceo-Paleogene, una linea netta che separa l’Era Mesozoica, dominata dai grandi rettili, dall’Era Cenozoica, l’età dei mammiferi. Eppure, mentre i grandi dinosauri non aviani scomparivano per sempre dalla faccia della Terra, alcune minuscole forme di vita nascoste nelle gelide acque oceaniche del Polo Nord e del Polo Sud riuscirono a superare l’apocalisse. Per decenni gli scienziati si sono interrogati su quali fattori abbiano determinato questa sopravvivenza selettiva in un mondo sconvolto. Oggi, una pionieristica ricerca condotta dall’Università di Bristol e pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature svela finalmente l’enigma: le dimensioni microscopiche e un’eccezionale tolleranza al buio sono state le chiavi per la salvezza.

Il segreto nascosto nel plancton

Fino a questo momento, i meccanismi esatti che collegano i drammatici cambiamenti ambientali ai pattern di estinzione osservati nei fossili erano rimasti irrisolti. Il team di studiosi è riuscito a colmare questa lacuna creando e implementando un modello numerico unico nel suo genere, in grado di mappare i tratti degli ecosistemi a livello globale.

È una scoperta entusiasmante. Per molti anni gli scienziati non sono stati in grado di testare cosa decidesse effettivamente se una specie prevalesse o perisse, perché l’evento di estinzione comporta molteplici cambiamenti ambientali come l’acidificazione degli oceani e l’oscurità. È difficile comprendere la causalità a causa della mancanza di dati fossili e di dati ambientali proxy, specialmente su scala secolare. Utilizzando un modello numerico, ho esaminato la base della catena alimentare, il plancton, il che ci ha aiutato a identificare la causa più probabile e le migliori strategie di sopravvivenza per il plancton“, ha dichiarato il dottor Rui Ying, autore principale dello studio e attualmente ricercatore associato presso l’Università dell’East Anglia.

La forza dell’oscurità e delle piccole dimensioni

Analizzando e quantificando con una precisione senza precedenti i tratti di milioni di organismi, i ricercatori hanno compreso quali dinamiche abbiano favorito alcune specie marine rispetto ad altre. “Il modello si basa sugli scambi e sul compromesso tra la frequenza con cui vengono mangiati dai predatori e ciò che possono mangiare rispetto ad attributi specifici, come la temperatura, il livello di luce e le dimensioni del corpo“, ha aggiunto il dottor Ying.

Fanny Monteiro, professoressa associata di Scienze Oceaniche all’Università di Bristol e coautrice della ricerca, ha spiegato nel dettaglio il meccanismo di sopravvivenza: “Le dimensioni del corpo e l’abbondanza di piccolo plancton significano che gli organismi si affidano a meno energia, aumentando la loro probabilità di sopravvivenza. La capacità di affrontare una luce minore, l’oscurità e le acque turbolente alle latitudini più elevate li rende anche più adattabili alle regioni polari. Al contrario, le specie adattate a maggiore luce e acque più calde erano più vulnerabili a questo tipo di estinzione di massa“.

Uno sguardo verso il futuro degli oceani

Questo imponente studio si rivela essenziale per far luce su un lontano passato, fornendo intuizioni preziose sui cambiamenti chimici e fisici legati alla diversità biologica, ma rappresenta in aggiunta uno strumento vitale per prevedere le risposte degli ecosistemi alle variazioni climatiche di oggi, in un mondo in cui si registrano preoccupanti innalzamenti termici di diversi gradi centigradi. A confermare questa prospettiva è Daniela Schmidt, docente di Scienze della Terra all’Università di Bristol e coautrice del lavoro: “Questo studio dimostra come i modelli basati sui tratti possano aiutarci a comprendere meglio le crisi della biodiversità nella storia antica, e ha anche il potenziale per indicare come ambienti con meno luce e più caldi, a causa del riscaldamento globale, potrebbero avere un impatto sugli ecosistemi attuali e futuri“.

La ricerca è stata interamente finanziata dal China Scholarship Council (CSC)-Bristol PhD Scholarship e dalle sovvenzioni NERC.