Le economie dell’Estremo Oriente continuano a mostrare una notevole resilienza nonostante le difficoltà globali, ma restano fortemente dipendenti dal Golfo Persico per le forniture energetiche. In un recente report, Jean-Marie Mercadal, Ceo di Syncicap, ha sottolineato le sfide energetiche e le prospettive economiche per le nazioni asiatiche, mettendo in evidenza un panorama complesso per il futuro. Sebbene alcuni Paesi abbiano diversificato le proprie fonti energetiche, la continua dipendenza dal petrolio del Golfo rimane una questione cruciale, soprattutto alla luce delle recenti incertezze geopolitiche.
La dipendenza energetica dall’area del Golfo Persico
Il report di Mercadal evidenzia come, nonostante la forza e la solidità economica di molte economie asiatiche, queste continuano a essere vulnerabili alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e alle dinamiche geopolitiche che interessano il Golfo Persico. In particolare, Thailandia, Giappone, Corea del Sud e Taiwan sono tra le economie asiatiche maggiormente dipendenti dalle forniture di petrolio provenienti da quest’area, ma ben nove delle quindici nazioni asiatiche esaminate importano più del 70% del loro petrolio dal Golfo. Inoltre, lo Stretto di Hormuz, uno degli snodi più strategici a livello globale, è fondamentale non solo per queste economie, ma anche per l’India, che dipende dal Golfo per il 70% delle sue importazioni di petrolio.
Un dato significativo riguarda la Cina, che pur essendo esposta alla stessa regione per il 50% delle sue importazioni di petrolio e gas, ha una situazione diversa in quanto tali fonti rappresentano solo il 25% del suo mix energetico nazionale. Questo permette alla Cina di affrontare con maggiore serenità le eventuali turbolenze provenienti dal mercato petrolifero globale.
Il timore della stagflazione in Asia
Un altro tema centrale emerso dal report di Mercadal riguarda il timore di una stagflazione, un fenomeno che combina il rallentamento economico con un’inflazione elevata e in rialzo. Come osservato dall’analista, anche in Asia, così come in altre parti del mondo, si teme che questo scenario possa rallentare la crescita economica e danneggiare la stabilità finanziaria. La fine rapida delle ostilità geopolitiche potrebbe dare un impulso positivo alla situazione economica della regione, restituendo fiducia ai mercati e preservando le prospettive sugli utili aziendali. Nonostante ciò, le valutazioni azionarie sono scese, segnalando una maggiore incertezza.
Dal 31 marzo, ad esempio, l’indice Msci Emerging Markets Asia ex China ha perso quasi il 15% in euro, pur registrando un rialzo del 5% dall’inizio dell’anno. A confronto, l’indice Euro Stoxx ha visto una perdita del 10% e del 4% da inizio anno. La Corea del Sud ha vissuto un consolidamento dopo una forte impennata, mentre l’India, che risente particolarmente dell’esposizione alle importazioni di petrolio e gas, ha visto un crollo del 13% dei titoli azionari dall’inizio dell’anno. Tuttavia, secondo Mercadal, il rapporto prezzo/utili (P/E) di circa 20 per le azioni indiane le rende ancora attrattive, con prospettive di guadagno più positive rispetto al passato.
La resilienza della Cina e le sue priorità tecnologiche
In mezzo alle turbolenze globali, la Cina ha mostrato una resistenza maggiore rispetto ai precedenti shock petroliferi. Nonostante l’indice Msci China All Shares sia sceso del 6% in euro dall’inizio del conflitto, Pechino sta cercando di orientare il proprio modello di crescita verso una maggiore domanda interna, con l’intento di ridurre la dipendenza dalle esportazioni. Un passo decisivo in questa direzione è stato intrapreso con la recente dichiarazione del Primo Ministro Li Qiang, che ha posto l’accento sulla necessità di vincere la “battaglia delle tecnologie chiave”. La Cina ha identificato dieci settori prioritari per il futuro: semiconduttori, robot umanoidi, life science, batterie di nuova generazione, razzi riutilizzabili, il settore aerospaziale, la mobilità a bassa quota, l’idrogeno verde, le interfacce uomo-macchina e le apparecchiature mediche.
In parallelo, sono stati identificati sei settori ad alta innovazione come cruciali per l’espansione dei poli di crescita economica regionale, tra cui il calcolo quantistico, la fusione nucleare, il 6G, l’intelligenza artificiale integrata, la bio-fabbricazione e le interfacce. Questo piano, che comprende una serie di iniziative strategiche, ha lo scopo di consolidare l’ecosistema tecnologico cinese, rendendolo più competitivo a livello globale.
Le prospettive positive per la Cina
Nonostante le sfide geopolitiche e le difficoltà globali, l’economia cinese continua a rimanere relativamente solida. Le statistiche economiche più recenti mostrano che la produzione manifatturiera è aumentata del 6,3% su base annua nei primi mesi dell’anno, mentre le vendite al dettaglio sono cresciute del 2,8%. Entrambi i dati hanno superato le aspettative degli analisti. A marzo, nonostante l’aumento dei prezzi del petrolio, gli indici relativi al settore manifatturiero e ai servizi hanno mostrato segni di miglioramento, superando la soglia che separa l’accelerazione dalla contrazione.
Mercadal, concludendo il suo report, ribadisce la sua visione positiva sulle azioni cinesi, che risultano essere sottovalutate rispetto ai loro fondamentali. Con un P/E ratio di circa 13, le azioni cinesi offrono un buon rapporto rischio/ritorno, risultando ancora sottopesate nei portafogli internazionali.
La situazione economica dell’Estremo Oriente appare complessa, con un mix di vulnerabilità energetiche e sfide geopolitiche che potrebbero determinare un rallentamento della crescita. Tuttavia, le opportunità di innovazione e di crescita interna in Cina, insieme a una strategia tecnologica ambiziosa, potrebbero offrire nuove prospettive per l’area. Il ritorno alla stabilità globale e una rapida fine delle ostilità geopolitiche saranno cruciali per definire l’orientamento delle economie asiatiche nei prossimi anni.


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