Le nuove Raccomandazioni ANMCO per le sindromi coronariche acute: un passo per migliorare la qualità dell’assistenza cardiovascolare in Italia

L’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri presenta un aggiornamento fondamentale per le buone pratiche cliniche nella gestione delle sindromi coronariche acute

Le malattie cardiovascolari, tra cui le sindromi coronariche acute (SCA), continuano a rappresentare una delle principali cause di morte a livello globale, con circa 7 milioni di casi annui nel mondo e 135.000 in Italia. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa 18 milioni di persone muoiono ogni anno a causa di malattie cardiovascolari, che costituiscono circa il 31% di tutti i decessi globali. Inoltre, l’85% di queste morti è attribuibile a infarto miocardico acuto e ictus ischemico. In Italia, la cardiopatia ischemica contribuisce significativamente alla mortalità, con una quota stimata dell’11% di tutti i decessi, con tassi più elevati nei maschi rispetto alle femmine.

Nel contesto di questa emergenza sanitaria, l’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), che rappresenta oltre 40 società scientifiche, ha recentemente concluso i lavori sulle Buone Pratiche Cliniche (BPC) per la gestione delle sindromi coronariche acute. L’iniziativa, voluta dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), mira a sviluppare strumenti di supporto decisionale per migliorare la qualità, l’appropriatezza e la sicurezza dell’assistenza sanitaria, in linea con le indicazioni della legge Gelli-Bianco.

Le sfide della gestione delle sindromi coronariche acute

Nonostante l’esistenza di linee guida internazionali, permangono numerosi ambiti decisionali nelle SCA in cui le evidenze scientifiche sono incomplete, contrastanti o difficili da applicare nei diversi contesti clinici. La necessità di un supporto decisionale aggiuntivo, contestualizzato e integrativo, è quindi fondamentale. Le Buone Pratiche Cliniche sviluppate dall’ANMCO per le SCA rappresentano uno strumento essenziale per affrontare questa difficoltà e migliorare il processo decisionale, standardizzando i percorsi diagnostico-terapeutici in Italia.

Il prof. Fabrizio Oliva, Co-Chair ANMCO RBPCA e Direttore del Dipartimento di Cardiologia Clinica dell’ospedale Niguarda di Milano, ha sottolineato: “l’ISS ha dato chiare indicazioni alle società scientifiche per lo sviluppo di Raccomandazioni di Buone Pratiche Cliniche su tematiche di particolare rilevanza. Ad ANMCO è stato dato l’incarico di coordinare quelle sulle sindromi coronariche acute. ANMCO è sempre stata in prima linea su questo argomento, dallo Studio GISSI ai più recenti studi osservazionali Eyeshot, portando la mortalità intraospedaliera per infarto miocardico acuto dal 30% degli anni 70 al 2,8% nel 2024 (Eyeshot 2 Study). Oltre il 90% delle UTIC in Italia sono ANMCO”.

L’infarto miocardico acuto e l’ictus ischemico sono tra le principali cause di morte e disabilità. L’inserimento delle Raccomandazioni di Buona Pratica Clinica nelle sindromi coronariche acute permette un controllo più efficace delle variabili cliniche, riducendo la variabilità gestionale e migliorando l’efficienza del sistema sanitario nazionale (SSN).

Le nuove raccomandazioni e la differenziazione tra STEMI e NSTEMI

In Italia, le sindromi coronariche acute sono divise in due grandi sottotipi: STEMI (infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto ST) e NSTEMI (infarto miocardico senza sopraslivellamento del tratto ST). La diagnosi precoce e differenziata di queste due tipologie è cruciale per impostare il percorso terapeutico adeguato, in quanto le implicazioni cliniche, prognostiche e organizzative sono sostanzialmente differenti.

Il prof. Massimo Grimaldi, Presidente ANMCO e Direttore della Cardiologia dell’Ospedale F. Miulli di Acquaviva delle Fonti (BA), ha spiegato: “da un punto di vista clinico, le SCA si dividono in due grandi sottotipi, ovvero l’infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI) e l’infarto miocardico senza sopraslivellamento del tratto ST (NSTEMI). La distinzione precoce tra STEMI e NSTEMI, intesa come diagnosi di lavoro, rappresenta un passaggio cruciale nel percorso diagnostico-terapeutico delle SCA, con implicazioni cliniche, prognostiche e organizzative sostanzialmente differenti”. 

La distinzione tra STEMI e NSTEMI influisce sulla tempistica e sul setting assistenziale, determinando anche le strategie terapeutiche da adottare. La stratificazione del rischio e la diagnosi tempestiva sono elementi fondamentali per ridurre la mortalità e le complicanze a lungo termine. Le analisi di registri internazionali come il GRACE (Global Registry of Acute Coronary Events) evidenziano che la mortalità complessiva a cinque anni dopo una SCA può superare il 15-20%, con significative incidenze di nuovi eventi ischemici, ictus e complicanze aritmiche.

L’approccio personalizzato per i pazienti anziani

Un altro aspetto fondamentale delle nuove raccomandazioni ANMCO riguarda il trattamento dei pazienti anziani con sindrome coronarica acuta. Non è più appropriato adottare un approccio puramente attendista basato esclusivamente sull’età. Le evidenze scientifiche suggeriscono che le decisioni devono essere guidate da una valutazione strutturata e globale del profilo clinico del paziente, che include la fragilità, le comorbidità, la disabilità, lo stato cognitivo e gli obiettivi di cura.

Il prof. Federico Nardi, Presidente Designato ANMCO e Direttore della Cardiologia dell’Ospedale Santo Spirito di Casale Monferrato (AL), ha dichiarato: “nel paziente anziano con sindrome coronarica acuta non è più appropriato adottare un approccio attendista basato esclusivamente sull’età anagrafica. Le evidenze oggi disponibili indicano che le decisioni devono essere guidate da una valutazione strutturata e complessiva del profilo clinico, della fragilità, delle comorbidità, della disabilità, dello stato cognitivo e degli obiettivi di cura. Quando appropriato, anche nei pazienti più anziani un trattamento standard, inclusa una strategia invasiva, può ridurre il rischio di reinfarto e di rivascolarizzazioni urgenti”.

L’approccio personalizzato e mirato non solo aiuta a ridurre il rischio di complicanze, ma contribuisce a migliorare la qualità dell’assistenza per questa fascia di pazienti, che rappresentano una porzione crescente della popolazione italiana.

L’impatto delle raccomandazioni sulle strutture sanitarie italiane

Le Raccomandazioni di Buona Pratica Clinica per le sindromi coronariche acute hanno un impatto diretto sulle strutture sanitarie italiane, contribuendo a ridurre la variabilità dei comportamenti clinici e migliorando l’equità e la qualità delle cure. Queste indicazioni sono destinate a rendere i trattamenti più uniformi, riducendo il rischio di errori e ottimizzando l’efficienza complessiva del Sistema Sanitario Nazionale (SSN).

Il prof. Leonardo De Luca, Chair ANMCO RBPCA e Direttore della Cardiologia del Policlinico San Matteo di Pavia, ha evidenziato: “le Raccomandazioni di Buona Pratica Clinica Assistenziale (RBPCA) sulle sindromi coronariche acute rappresentano un passaggio fondamentale per la cardiologia italiana. Il loro valore risiede non solo nel rigore scientifico, ma soprattutto nella capacità di tradurre le linee guida europee ESC in indicazioni concrete, applicabili e coerenti con il contesto organizzativo e sanitario italiano”. 

Queste raccomandazioni offrono strumenti decisionali pratici e coerenti con la realtà italiana, con l’obiettivo di migliorare continuamente la qualità dell’assistenza, ridurre la variabilità nelle decisioni cliniche e ottimizzare gli esiti per i pazienti.

Le sindromi coronariche acute rappresentano un’emergenza sanitaria globale, e le Raccomandazioni di Buona Pratica Clinica dell’ANMCO costituiscono un passo importante verso la riduzione della mortalità e delle complicanze associate a queste patologie. La diagnosi tempestiva, il trattamento mirato e l’approccio personalizzato sono le chiavi per migliorare i risultati clinici e l’efficienza del Sistema Sanitario Nazionale. Le nuove linee guida, sviluppate con il contributo di esperti di rilievo, rappresentano un segno tangibile di come la collaborazione tra istituzioni e società scientifiche possa portare a un miglioramento significativo della qualità delle cure in Italia.