Nel 2023 e 2024 la Terra ha registrato temperature medie globali senza precedenti, superando di circa 0,3°C le già allarmanti previsioni legate al cambiamento climatico. Questo picco anomalo, che ha portato a ondate di calore e incendi in tutto il mondo, ha lasciato a lungo gli scienziati alla ricerca di una spiegazione esauriente che andasse oltre i fattori già noti. Uno studio innovativo condotto dall’Università del Maryland e pubblicato recentemente sulla rivista Earth System Dynamics propone ora una risposta: il Dipolo dell’Oceano Indiano, noto anche come “Indian Niño“, ha giocato un ruolo determinante in questa accelerazione termica. Per la prima volta, questo specifico schema climatico oceanico viene collegato direttamente ai record di calore degli ultimi 2 anni, offrendo un pezzo mancante fondamentale nel complesso puzzle del riscaldamento globale contemporaneo.
Il meccanismo del Dipolo dell’Oceano Indiano
Il Dipolo dell’Oceano Indiano (IOD) consiste nella differenza di temperatura della superficie marina tra la parte occidentale e quella orientale del bacino. Sebbene sia meno celebre del fenomeno El Niño che interessa il Pacifico, lo IOD esercita un’influenza massiccia sui regimi delle precipitazioni in India e sulla frequenza dei roghi boschivi in Australia. Scoperto solo alla fine degli anni ’90, è stato a lungo considerato dalla comunità scientifica come una semplice conseguenza di altri cicli più ampi. La ricerca guidata da Endre Farago dimostra invece che l’Oceano Indiano possiede una propria autonomia dinamica capace di condizionare il clima dell’intero pianeta, agendo come un potente regolatore termico che nel 2023 ha raggiunto uno dei suoi stati più estremi dall’inizio delle rilevazioni moderne a metà dell’Ottocento.
Una precisione statistica senza precedenti
Gli scienziati hanno sviluppato un modello climatico in grado di spiegare circa il 93% dell’anomalia termica del 2023 e il 92% di quella del 2024. Questo risultato rappresenta la mappatura più precisa mai ottenuta finora delle cause dietro le temperature record. Escludendo il contributo del “Niño Indiano” dal modello, la capacità di calcolo crollava drasticamente, riuscendo a giustificare solo una frazione del calore osservato. Oltre allo IOD, lo studio ha considerato i cicli dell’Atlantico settentrionale e l’evento El Niño nel Pacifico. I dati indicano che nel 2023 l’impatto dell’Oceano Indiano è stato quasi pari a quello del Pacifico, mentre nel 2024 ha contribuito per circa la metà, confermando l’urgenza di monitorare ogni bacino oceanico per prevedere correttamente le tendenze globali.
L’intreccio tra natura e attività umana
Lo studio ha inoltre rilevato che le emissioni di gas serra hanno aumentato le temperature di circa 0,022°C all’anno, un ritmo superiore rispetto a quello registrato alla fine del XX secolo. A ciò si aggiunge un effetto inaspettato derivante dalle normative del 2020 sulla riduzione dello zolfo nei carburanti navali. Sebbene tale misura sia stata adottata per migliorare la salute pubblica, la diminuzione degli inquinanti solforati ha rimosso uno schermo di particelle che rifletteva la radiazione solare lontano dalla Terra. Tale fenomeno ha causato un riscaldamento supplementare equivalente al 25-30% di quello prodotto dai gas serra, contribuendo alle temperature eccezionali dell’Atlantico settentrionale.


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