Le leggendarie sonde Voyager 1 e Voyager 2 si trovano attualmente in una fase critica della loro straordinaria odissea spaziale, iniziata quasi mezzo secolo fa per esplorare i giganti gassosi del nostro Sistema Solare. Dopo aver superato ogni più rosea aspettativa di vita operativa, questi pionieri meccanici stanno ora affrontando la sfida più difficile: una carenza energetica che minaccia di spegnere per sempre i loro preziosi strumenti scientifici nel freddo vuoto interstellare. La NASA sta monitorando costantemente i livelli di potenza residua, che calano inesorabilmente di circa quattro watt ogni anno, rendendo ogni singola unità di energia un tesoro vitale per la sopravvivenza dei dati che ancora viaggiano verso la Terra. Per cercare di prolungare questa missione storica, gli ingegneri del Jet Propulsion Laboratory hanno ideato un piano audace che potrebbe regalare ancora qualche anno di scoperte, cercando di bilanciare il calore necessario ai sistemi e il fabbisogno degli strumenti di bordo.
Una riserva di energia agli sgoccioli
Lanciati nel 1977, entrambi i veicoli spaziali sono alimentati da generatori termoelettrici a radioisotopi, che convertono il calore del decadimento del plutonio in elettricità. Al momento del decollo, le sonde disponevano di 470 watt; oggi, tale potenza è ridotta a circa 230 watt per unità, una cifra minima se si considera che il solo trasmettitore necessario per inviare segnali verso casa ne consuma circa 200. A causa di questa dieta energetica forzata, il team di missione ha dovuto compiere scelte drastiche, spegnendo progressivamente gli strumenti non essenziali. Voyager 1, che ha varcato il confine dello spazio interstellare nel 2012, opera attualmente con soli 2 strumenti scientifici attivi: un magnetometro e un sensore per le onde di plasma. La sorella Voyager 2, che ha seguito il medesimo cammino nel 2018, mantiene ancora accesi 3 rilevatori, ma i loro giorni sono contati se non si interviene con una soluzione creativa.
L’operazione “Big Bang”: un azzardo calcolato
Per evitare lo spegnimento definitivo dei sensori scientifici, il Jet Propulsion Laboratory (JPL) ha programmato una manovra ingegneristica soprannominata “Big Bang“. L’obiettivo è recuperare circa 10 watt di potenza, una quantità che potrebbe sembrare irrisoria ma che, a queste distanze, rappresenta la differenza tra la vita e la morte del progetto. La strategia prevede lo spegnimento di 3 riscaldatori utilizzati per impedire il congelamento delle linee del carburante dei propulsori. Al loro posto, verranno attivati altri 3 dispositivi capaci di mantenere il calore necessario con un assorbimento elettrico inferiore. I test inizieranno su Voyager 2 tra maggio e giugno 2026: se l’operazione avrà successo, la medesima procedura verrà applicata a Voyager 1 durante l’estate dello stesso anno. Questa manovra potrebbe ritardare lo spegnimento degli strumenti scientifici di almeno un ulteriore anno, permettendo di raccogliere dati unici su zone dello spazio mai esplorate prima.
Il traguardo delle 200 unità astronomiche
Nonostante l’usura dei computer di bordo e i danni causati dalle radiazioni accumulate in decenni di navigazione, l’ottimismo degli scienziati resta alto. Suzanne Dodd, project manager della missione, ha fissato un obiettivo ambizioso: portare le sonde a una distanza di 200 unità astronomiche dalla Terra (circa 30 miliardi di km). Attualmente Voyager 1 si trova a 169,8 AU, mentre Voyager 2 a 143,1 AU. Il raggiungimento di questo traguardo è previsto intorno al 2035, ma richiederà una combinazione di fortuna e ingegneria d’eccellenza. Anche se la potenza elettrica non si esaurirà mai completamente a causa della natura dell’energia nucleare, presto scenderà sotto la soglia minima per far funzionare i sistemi di comunicazione. Le Voyager stanno dunque vivendo il loro tramonto in modo aggraziato, trasformandosi da laboratori attivi a silenziosi messaggeri dell’umanità destinati a vagare per millenni tra le stelle della Via Lattea.


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