La cronaca recente ha riportato l’attenzione mediatica su un caso sanitario circoscritto che ha interessato la nave da crociera olandese MV Hondius, un evento che ha scatenato reazioni diametralmente opposte tra la comunità scientifica internazionale e alcune voci isolate del panorama virologico italiano. La nave è partita lo scorso 1 aprile da Ushuaia, in Argentina, per intraprendere una spedizione in Antartide con circa centocinquanta passeggeri di ventitré diverse nazionalità, tra cui figurano prevalentemente cittadini britannici, americani, spagnoli, olandesi e tedeschi. Durante la navigazione, che prevede lo sbarco il prossimo 10 maggio a Tenerife, nelle Canarie, dopo aver effettuato scali tecnici a Sant’Elena e Capo Verde, si sono verificati 7-8 casi confermati di infezione che hanno purtroppo portato al decesso di tre persone, nello specifico una coppia di settantenni di nazionalità olandese e un cittadino tedesco. Il responsabile di questo focolaio è stato identificato come l’Hantavirus, specificamente nella sua variante Andes, un patogeno che merita un’analisi rigorosa e priva di sensazionalismi per comprendere la reale entità del rischio.
Le caratteristiche biologiche del virus Andes e la realtà del rischio epidemiologico
Per comprendere perché la stragrande maggioranza degli esperti mantenga un atteggiamento di assoluta calma, è necessario analizzare la natura del patogeno in questione. La variante Andes dell’hantavirus è nota per trasmettersi principalmente dai roditori all’essere umano attraverso l’inalazione di aerosol di urine, feci o saliva di animali infetti. Sebbene sia vero che questo virus presenti una letalità fino al 40% in assenza di terapie specifiche, la sua capacità di generare una diffusione su larga scala è estremamente limitata rispetto ai virus respiratori a cui siamo stati abituati negli ultimi anni. Il focolaio sulla nave da crociera rappresenta un evento tragico per le persone coinvolte, ma rimane un fenomeno confinato a un ambiente chiuso e controllato. La scienza ufficiale concorda nel ritenere che le dinamiche di trasmissione dell’hantavirus non possiedano le caratteristiche necessarie per innescare una crisi sanitaria globale, rendendo le grida d’allarme del tutto sproporzionate rispetto all’evidenza dei dati raccolti sul campo dalle autorità competenti.
Il coro unanime della scienza internazionale contro l’ipotesi di una nuova pandemia
A differenza di quanto accaduto in passato, la reazione dei massimi esperti mondiali di malattie infettive è stata immediata e improntata alla massima rassicurazione. Maria Van Kerkhove, epidemiologa di punta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), è intervenuta con estrema chiarezza per spegnere sul nascere ogni paragone improprio con il passato recente, dichiarando testualmente: “Voglio essere categorica. Non si tratta del SARS-CoV-2. Non è l’inizio di una pandemia di COVID. Si tratta di un focolaio che osserviamo su una nave“. Questa posizione è condivisa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e dal Ministero della Salute italiano, i quali hanno ribadito in una nota congiunta che è da considerarsi “Molto basso il rischio per la popolazione generale in Europa“. Anche il Premio Nobel per la medicina nel 2023, Drew Weissman, ha voluto tranquillizzare l’opinione pubblica con una previsione netta e priva di ambiguità, affermando semplicemente che “Non ci sarà una nuova pandemia“.
La posizione isolata di Matteo Bassetti e il ritorno della narrazione del terrore
In questo scenario di generale consenso scientifico sulla scarsa pericolosità globale dell’evento, spicca per contrasto la posizione di Matteo Bassetti, che sembra muoversi in una direzione opposta a quella tracciata dall’OMS e dai colleghi internazionali. Mentre il mondo accademico invita alla razionalità, Bassetti ha rilasciato dichiarazioni cariche di una preoccupazione che appare quasi anacronistica, affermando: “Il problema più grosso arriverà da quella nave da crociera, con l’hantavirus non c’è da scherzare, questo virus contagia da uomo a uomo, sono molto, molto, molto preoccupato. Come lo è tutto il mondo“. Questa analisi tuttavia non trova riscontro nelle dichiarazioni ufficiali delle principali agenzie sanitarie, che non mostrano affatto quel livello di allarme descritto dal medico genovese. L’insistenza sulla trasmissione da uomo a uomo, sebbene possibile per la variante Andes, viene utilizzata in questo contesto per evocare spettri pandemici che la prevenzione sanitaria moderna è perfettamente in grado di gestire e circoscrivere senza ricorrere al terrore mediatico.
Francesco Vaia e la dura critica alla comunicazione della paura
Una delle critiche più feroci e strutturate a questo modo di fare informazione scientifica è arrivata da Francesco Vaia, già Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute, il quale ha analizzato il fenomeno con una lucidità che mette a nudo le dinamiche della cosiddetta psicofobia da pandemia. Vaia ha commentato duramente l’approccio catastrofista, sottolineando come “L’esperienza del Covid sembra non aver insegnato nulla. Si continua a spaventare le persone con il ‘nuovo’ virus di turno. Adesso è il tempo dell’hantavirus. Nuova pandemia? Certamente no. Abbiamo bisogno di vaccinarci? Certamente no. Abbiamo bisogno di rinverdire la nostra fama? Da parte di alcuni si. Abbiamo bisogno di farmaci? Da parte di qualcuno si vorrebbe di si. Tutto già visto“. Le parole di Vaia pongono l’accento sulla responsabilità etica dei comunicatori e degli esperti, invitando i media a una maggiore selezione delle fonti per evitare di dare visibilità a chi cerca visibilità attraverso il sensazionalismo.
La necessità di una comunicazione scientifica corretta e priva di influencer tuttologi
La gestione dell’informazione riguardante l’Hantavirus e il caso della nave MV Hondius mette in luce la frattura tra chi lavora per la salute pubblica con rigore e chi sembra preferire la ribalta televisiva. Ancora Francesco Vaia ha evidenziato come i media debbano esercitare un ruolo di filtro critico: “I media sono veramente importanti per la salute pubblica, ci hanno accompagnati per lungo tempo trasmettendo sempre il messaggio opportuno, nella mia esperienza. Però, qualche volta, evitiamo di dare spazio a chi la spara più grossa, evitiamo di far parlare influencer tuttologi su temi così delicati. La Rai innanzitutto, ma anche le tv commerciali, evitino che nei talk personaggi di già chiara fama, soprattutto del mondo dello spettacolo, dissertino di cose di cui non sanno. La comunicazione è una cosa seria, in particolar modo per la salute“. In conclusione, i dati e le voci dei massimi esperti mondiali confermano che l’Hantavirus non rappresenta una minaccia per la stabilità sanitaria globale e che l’unico vero rischio attuale è il ritorno di una comunicazione allarmista che non giova in alcun modo alla collettività.


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