La piccola repubblica insulare di Nauru ha annunciato l’intenzione di cambiare il proprio nome ufficiale in “Naoero“, l’antica denominazione indigena dell’isola. La decisione sarà sottoposta a referendum popolare e rappresenta, secondo il governo, un passo simbolico ma fondamentale per recuperare la vera identità culturale del Paese. Ad annunciare l’iniziativa è stato il presidente David Adeang, che in un comunicato ha spiegato come il nome “Nauru” sia il risultato di una deformazione linguistica avvenuta durante il periodo coloniale. “Nauru è nata perché Naoero non poteva essere pronunciato correttamente dalle lingue straniere“, ha dichiarato il governo, sottolineando che il cambiamento “non avvenne per scelta del popolo locale, ma per comodità“.
L’obiettivo del referendum è dunque quello di “onorare più fedelmente il patrimonio della nazione, la lingua e l’identità culturale” dell’isola. Se approvato, il nuovo nome avrebbe effetti su ogni aspetto della vita istituzionale: dagli aerei e dalle navi nazionali ai documenti ufficiali, fino al riconoscimento internazionale presso organismi come le Nazioni Unite. Il cambio di denominazione richiederà una modifica della Costituzione nazionale, motivo per cui il governo dovrà indire una consultazione popolare. L’iniziativa si inserisce in una tendenza sempre più diffusa tra diversi Paesi ed ex colonie che cercano di recuperare nomi, simboli e lingue originarie cancellate o alterate durante il dominio europeo.
Il colonialismo e la ricchezza di Nauru
La storia di Nauru è infatti profondamente legata al colonialismo. L’isola fu dichiarata protettorato dalla Germania alla fine dell’Ottocento e rimase sotto controllo tedesco fino alla Prima Guerra Mondiale. Successivamente venne occupata dalle truppe australiane e amministrata congiuntamente da Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda, fino all’indipendenza ottenuta nel 1968.
Con appena 20 km quadrati di superficie, Nauru è uno degli Stati più piccoli del pianeta. Nonostante le dimensioni ridotte, il Paese è stato a lungo uno dei più ricchi al mondo in termini di reddito pro capite grazie agli enormi giacimenti di fosfato, minerale utilizzato soprattutto per la produzione di fertilizzanti. Quella ricchezza, però, ha avuto un costo ambientale altissimo. Le intense attività minerarie hanno devastato il territorio e, secondo le stime dei ricercatori, circa l’80% dell’isola è oggi inabitabile. A ciò si aggiungono gli effetti del cambiamento climatico, che minacciano in modo particolare gli Stati insulari del Pacifico, oltre a problemi economici e sanitari evidenziati anche da recenti rapporti della Banca Mondiale.


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