A Roma la popolazione è esposta a un persistente disagio climatico che supera la durata delle canoniche anomalie meteo, con oltre cento giorni all’anno caratterizzati da un marcato stress termico all’aperto. Questo fenomeno invisibile e prolungato emerge con chiarezza da uno studio scientifico realizzato in collaborazione tra ENEA, Sapienza Università di Roma e SERCO Italia SpA, pubblicato sulla rivista Atmosphere. Gli esperti hanno analizzato i parametri rilevati tra maggio e settembre nel periodo compreso tra il 2018 e il 2023, incrociando i dati di 2 storiche stazioni meteorologiche posizionate nel centro della città, quella del Collegio Romano e quella di via Boncompagni. La discrepanza tra la percezione reale del calore sul corpo umano e i bollettini ufficiali basati esclusivamente sulle temperature dell’aria evidenzia una criticità strutturale per la Capitale, dove la combinazione tra cementificazione e umidità genera un microclima opprimente per lunghi mesi consecutivi.
I dati dell’emergenza romana
Il monitoraggio ha messo in luce una asimmetria evidente tra i giorni classificati come ondata di calore e quelli in cui i cittadini sperimentano un effettivo stress biologico. Sebbene in anni caldi come il 2018, 2020 e 2022 la totalità delle ondate di caldo coincidesse con giornate di stress termico, la tendenza opposta non trova riscontro. Nel 2018 solo il 60% dei giorni di stress termico rientrava in un’ondata di calore ufficiale, quota scesa al 50% nel 2020 e crollata al 40% nel 2022. Il picco del disagio globale si è registrato nel 2018 con ben 102 giorni di stress termico a fronte di sole 27 giornate di ondata di calore, seguito da vicino dal 2022 con 101 giorni complessivi di sofferenza bioclimatica. L’anno 2019 rappresenta il paradosso più evidente: la meteorologia non ha catalogato alcuna ondata di calore estremo, ma la cittadinanza ha dovuto sopportare quattro distinti periodi di malessere per un totale di 99 giorni.
Il fattore temporale e la percezione del corpo
La durata dei singoli eventi critici rappresenta la differenza principale tra i due indicatori. Mentre le ondate di calore standard si esauriscono solitamente in un arco temporale che oscilla tra i 9 e i 26 giorni consecutivi, le fasi di stress termico continuo possono estendersi da 25 fino a 65 giorni consecutivi, coprendo intere stagioni e impedendo al corpo umano di recuperare le energie.
“In base ai dati raccolti, il triennio 2021-2023 è quello che ha registrato le condizioni più estreme: le temperature minime hanno raggiunto picchi di 28 °C nel 2023, mentre las massime hanno toccato i 40,5 °C nel 2022”, spiega la coautrice dello studio Serena Falasca, ricercatrice del Laboratorio ENEA Modelli e servizi climatici presso il dipartimento Sostenibilità. “Nel complesso gli episodi di stress termico all’aperto hanno superato i tre mesi in quattro dei sei anni considerati (2018, 2019, 2021 e 2022), mentre negli altri due (2020 e 2023) hanno comunque oltrepassato i due mesi”, aggiunge Falasca. “Le ondate di calore, invece, hanno superato complessivamente un mese solo in tre anni su sei (dal 2021 al 2023). Questo significa che gli eventi di stress termico per le persone all’aperto non solo si verificano con maggiore frequenza rispetto alle ondate di calore, ma sono anche molto più prolungati. In pratica, mentre le ondate di calore durano in genere tra 9 e 26 giorni consecutivi all’anno, gli episodi di stress termico possono estendersi da 25 fino a 65 giorni consecutivi, coprendo quindi periodi molto più lunghi. E anche negli anni in cui le ondate di calore sono state poche o assenti, come nel 2019, la popolazione ha comunque sperimentato lunghi periodi di marcato disagio termico all’aperto”.
Nuovi parametri per la salute pubblica
Per misurare il benessere reale dei passanti e dei lavoratori all’aperto, i ricercatori hanno applicato l’indice bioclimatico MOCI (Mediterranean Outdoor Comfort Index), uno strumento tarato sulle specificità della regione mediterranea che unisce i dati oggettivi (temperatura, umidità, vento e radiazione radiante globale espressa da edifici e asfalto) alle risposte soggettive fornite dalla popolazione tramite questionari.
L’uso di indici complessi risponde alla necessità di ripensare le strategie di adattamento urbano in un Paese caratterizzato da un’elevata densità abitativa e da un’età media avanzata, elementi che amplificano i rischi sanitari legati alla permanenza in ambienti caldi. “Per questo motivo è fondamentale ampliare il concetto di ondata di calore, superando il riferimento alla sola temperatura e includendo altri fattori che ne determinano l’impatto complessivo, come la metodologia utilizzata in questo studio”, conclude la ricercatrice ENEA.


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