Sargassum, lo studio guidato da CMCC: dalle maxi-fioriture atlantiche nuove opportunità per rimozione di carbonio e biofuel

La stagione 2026 del Sargassum si annuncia tra le più precoci e imponenti mai registrate. Una nuova ricerca internazionale guidata dalla scienziata CMCC Annalisa Bracco indica che la Grande Cintura Atlantica del Sargassum è ormai un sistema persistente e prevedibile, aprendo scenari per la gestione del fenomeno, la rimozione marina della CO₂ e la produzione sostenibile di biocarburanti

La stagione 2026 del Sargassum si sta configurando come una delle più estese e anticipate mai osservate. Spinta dal riscaldamento delle temperature oceaniche e dal cambiamento delle correnti, la Grande Cintura Atlantica del Sargassum sta registrando livelli di biomassa superiori a quelli delle già imponenti fioriture dell’anno scorso, con impatti significativi sulle aree costiere dei Caraibi, del Golfo del Messico e della Florida. Quello che per molte comunità costiere rappresenta ormai una crisi ambientale ricorrente potrebbe però assumere anche un nuovo significato climatico ed economico. Una nuova ricerca internazionale, guidata dalla scienziata Annalisa Bracco del CMCC, suggerisce infatti che le fioriture massicce di Sargassum, alga galleggiante tra le più visibili dell’Atlantico, siano destinate a restare. Questa permanenza, se compresa e gestita, potrebbe trasformare una delle emergenze ambientali oceaniche più rapide degli ultimi anni in una risorsa per la rimozione marina dell’anidride carbonica e per la produzione di biofuel sostenibili.

Un’emergenza ambientale per Caraibi, Golfo del Messico e Africa occidentale

Negli ultimi anni, gli arrivi massicci di Sargassum lungo le coste dei Caraibi, del Golfo del Messico e dell’Africa occidentale sono diventati un fenomeno annuale con conseguenze sempre più pesanti. Spessi tappeti di alghe ricoprono le spiagge, interferiscono con la pesca, danneggiano il turismo e, decomponendosi, rilasciano gas nocivi.

I costi di rimozione e gestione hanno raggiunto centinaia di milioni di dollari ogni anno, aggravando la pressione economica su territori già esposti agli effetti del cambiamento climatico. Quella che all’inizio era stata percepita come un’anomalia ambientale improvvisa si è trasformata in una sfida socio-economica persistente, capace di coinvolgere regioni su entrambe le sponde dell’Atlantico.

La nuova ricerca sul Great Atlantic Sargassum Belt

Lo studio internazionale guidato da Annalisa Bracco, dal titolo “Changing Drivers of the Great Atlantic Sargassum Belt from Physical Forcing to Ecological Control”, mostra che le enormi fioriture di Sargassum non solo sono destinate a persistere, ma potrebbero anche essere prevedibili. È questo l’elemento scientificamente e strategicamente più rilevante: la possibilità di prevedere le fioriture aumenta in modo significativo le chances di utilizzare il fenomeno per soluzioni climatiche, tra cui la rimozione marina della CO₂ e la produzione di biocarburanti.

La Grande Cintura Atlantica del Sargassum, comparsa nel 2011, si è progressivamente trasformata in un sistema transoceanico lungo oltre 8.000 chilometri, esteso dall’Africa occidentale ai Caraibi. Nel 2025 la sua biomassa ha superato i 37 milioni di tonnellate, circa sei volte la massa corporea complessiva della popolazione italiana. Questa espansione ha amplificato gli impatti sulle comunità costiere, ma rappresenta anche un’enorme riserva naturale di carbonio catturato attraverso la fotosintesi.

Il Sargassum come riserva naturale di carbonio

Il ruolo del Sargassum nel ciclo del carbonio è al centro delle prospettive aperte dalla ricerca. Le alghe, crescendo, assorbono grandi quantità di anidride carbonica, ma il problema emerge quando raggiungono la costa e iniziano a decomporsi. In quel momento, una parte rilevante del carbonio immagazzinato torna in atmosfera, vanificando il potenziale climatico del processo naturale di assorbimento.

“Il Sargassum assorbe grandi quantità di anidride carbonica mentre cresce”, spiega Bracco. “La sfida principale è che quando raggiunge la costa e si decompone, gran parte di quel carbonio viene rilasciato nuovamente nell’atmosfera. Se riusciamo a intervenire prima che questo accada, questo sistema potrebbe invece diventare parte della soluzione”. 

La chiave, dunque, è intervenire prima che le alghe arrivino sulle spiagge e inizino a decomporsi. La raccolta offshore e la successiva destinazione del materiale a forme di stoccaggio del carbonio in profondità oceanica, oppure alla conversione in biofuel e altri materiali, potrebbero ridurre sia le emissioni sia i costi di pulizia sostenuti dalle aree costiere.

Dai venti invernali a un ecosistema autosufficiente

Uno dei risultati centrali dello studio riguarda il cambiamento dei meccanismi che guidano la crescita del Sargassum. Nelle prime fasi di espansione della Grande Cintura Atlantica, il fenomeno era legato soprattutto a processi fisici, in particolare al rafforzamento dei venti invernali. Questi venti approfondivano lo strato rimescolato dell’oceano, favorendo la risalita di nutrienti verso la superficie e alimentando così la crescita delle alghe.

Con il passare del tempo, però, il sistema si è evoluto in un ecosistema autosufficiente. Il Sargassum ospita intere comunità di organismi marini che riciclano nutrienti, soprattutto azoto, all’interno dei tappeti galleggianti. Allo stesso tempo, le alghe in decomposizione rilasciano ulteriori nutrienti nell’acqua. Questa capacità interna di rigenerare azoto ha creato un meccanismo di retroazione che consente la crescita anche in assenza di eventi di vento particolarmente intensi.

Secondo la ricerca, questa dinamica ecologica interna è diventata negli ultimi anni il principale motore della crescita della Grande Cintura Atlantica del Sargassum, superando il peso dei fattori fisici iniziali. La conseguenza è rilevante: un declino naturale del fenomeno appare improbabile, mentre diventa sempre più urgente sviluppare strategie di gestione a lungo termine.

Prevedere le fioriture per pianificare la gestione del Sargassum

Per ricostruire la variabilità del Sargassum tra il 2011 e il 2022, i ricercatori hanno utilizzato un modello basato su osservazioni satellitari e dati oceanografici. Lo stesso approccio ha permesso di prevedere con successo le concentrazioni per il 2023 e il 2024, indicando un potenziale avanzamento decisivo nella capacità di anticipare l’evoluzione delle fioriture.

La prevedibilità è un passaggio cruciale perché riduce l’incertezza sul futuro delle fioriture e rende possibile una pianificazione di lungo periodo. Per governi, investitori e Paesi costieri, disporre di strumenti in grado di anticipare la presenza e la concentrazione del Sargassum significa poter valutare interventi più efficaci, dalla raccolta in mare alla trasformazione industriale della biomassa, fino alle strategie di protezione ambientale e climatica.

La ricerca mostra inoltre che il sistema è ormai in larga parte autosufficiente grazie a un feedback ecologico interno. Questo elemento rafforza la necessità di non trattare le fioriture come un’anomalia temporanea, ma come una componente stabile del nuovo equilibrio oceanico atlantico.

Dalla crisi climatica a un’opportunità per biofuel e rimozione della CO₂

La persistenza e la prevedibilità della Grande Cintura Atlantica del Sargassum aprono scenari di utilizzo che potrebbero trasformare un problema ambientale in una risorsa. Tra le possibilità indicate dalla ricerca figurano la raccolta offshore per lo stoccaggio del carbonio nel profondo oceano, la conversione in biocarburanti e la produzione di altri materiali. Queste soluzioni potrebbero contribuire alla riduzione delle emissioni e, allo stesso tempo, contenere i costi associati alla pulizia delle coste.

Il punto non è minimizzare la gravità del fenomeno, che continua a danneggiare ecosistemi, attività economiche e comunità costiere. La novità è che la comprensione scientifica del sistema consente ora di immaginare politiche di gestione più strutturate, capaci di integrare tutela ambientale, innovazione climatica e sviluppo di filiere sostenibili.

“È un esempio sorprendente di come l’oceano possa riorganizzarsi molto rapidamente”, afferma Bracco. “Quello che è iniziato come un evento guidato dal vento è diventato un sistema biologico autosufficiente. Il fatto che ora possiamo comprenderlo e prevederlo significa che possiamo anche iniziare a pensare seriamente a come gestirlo”.