Strage di lupi e fauna selvatica nell’Appennino centrale: 21 animali morti per avvelenamento tra aprile e maggio

Alla Camera dei Deputati associazioni, ricercatori e istituzioni denunciano la crescita del fenomeno delle esche avvelenate: dal 2009 al 2024 in Italia registrati 16.826 animali avvelenati. Nel mirino lupi, grifoni, orso bruno marsicano e animali domestici

Gli episodi di avvelenamento che tra aprile e maggio hanno colpito l’Appennino centrale, causando la morte di almeno 21 lupi e di altri animali selvatici dentro e fuori il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, sono stati al centro dell’incontro ospitato oggi nella Sala Stampa della Camera dei Deputati su iniziativa della deputata Eleonora Evi, con il supporto delle associazioni Io non ho paura del Lupo, Salviamo L’Orso e Rewilding Apennines. L’appuntamento è stato dedicato al fenomeno delle esche avvelenate e alle sue conseguenze ambientali, sanitarie e sociali. Un confronto tra associazioni, ricercatori e istituzioni per denunciare la gravità crescente di un fenomeno che non riguarda più soltanto singoli episodi locali, ma che viene descritto come una forma diffusa e strutturale di criminalità ambientale.

Al centro del dibattito è emersa la richiesta di un cambio di passo nel contrasto ai crimini contro la fauna, con strumenti più efficaci di prevenzione, indagine e repressione, oltre a una strategia nazionale coordinata capace di affrontare in modo continuativo il tema dell’avvelenamento doloso degli animali.

Esche avvelenate, un fenomeno strutturale in Italia

Nel corso dell’evento è stato ricordato come gli avvelenamenti dolosi rappresentino ormai un fenomeno strutturale e diffuso su tutto il territorio nazionale. Secondo i dati del Portale nazionale di monitoraggio degli avvelenamenti dolosi, tra il 2009 e il 2024 in Italia sono stati registrati 16.826 animali avvelenati: quasi tre al giorno, ogni giorno, per quindici anni.

Numeri che, secondo i relatori intervenuti, rappresentano soltanto una parte del fenomeno reale, spesso sommerso e difficilmente perseguibile. Le esche avvelenate colpiscono infatti animali selvatici protetti, specie particolarmente vulnerabili, cani e gatti domestici, con rischi che si estendono anche alla salute pubblica e alla sicurezza delle comunità locali.

Il dato più allarmante riguarda la diffusione del fenomeno in aree di elevatissimo valore naturalistico, come l’Appennino centrale, territorio simbolo della conservazione dei grandi carnivori e della biodiversità italiana.

Lupi morti in Italia, i dati dal 2019 al 2023

Durante l’incontro, Francesco Romito di Io non ho paura del lupo APS ha richiamato l’attenzione sulla mortalità del lupo in Italia, evidenziando un quadro in costante peggioramento.

“Per quanto riguarda il lupo, dal 2019 al 2023 in Italia sono stati rinvenuti morti almeno 1.639 esemplari, con un trend in costante aumento: dai 210 casi registrati nel 2019 ai 449 del 2023. Parliamo di oltre un lupo morto al giorno, e si tratta certamente di una sottostima rispetto alla reale mortalità della specie” – ha dichiarato Francesco Romito di Io non ho paura del lupo APS nel corso dell’incontro, il quale ha poi aggiunto che “le cause di mortalità riconducibili direttamente o indirettamente all’uomo superano il 70% dei casi documentati”.

Un quadro che, secondo quanto emerso, evidenzia profonde incongruenze nella gestione di una specie che il Governo ha scelto di declassare sul piano normativo, nonostante le forti perplessità espresse da una parte significativa della comunità scientifica.

I dati illustrati mostrano come il nodo centrale non riguardi un’ipotetica emergenza legata al numero dei lupi, ma la capacità delle istituzioni di affrontare problemi concreti di legalità, gestione del territorio, prevenzione e applicazione efficace delle politiche pubbliche.

Criminalità ambientale e uccisioni illegali della fauna

Nel corso dell’evento è emersa con forza la necessità di affrontare il fenomeno delle uccisioni illegali non più come una serie di episodi isolati, ma come una forma strutturata di criminalità ambientale diffusa sul territorio nazionale.

“Quando parliamo di veleno non stiamo parlando solo di tutela della fauna. Stiamo parlando di legalità. Di un crimine ambientale che ha numeri, dinamiche e diffusione da fenomeno sistemico”, ha dichiarato Daniela Gentile di Rewilding Apennines ETS nel suo intervento.

Rewilding Apennines, organizzazione affiliata a Rewilding Europe e attiva nel ripristino ecosistemico e nella coesistenza con i grandi carnivori in Appennino centrale, ha portato all’attenzione dati raccolti sul campo insieme ai Carabinieri Forestali e al Reparto Carabinieri Biodiversità di Castel di Sangro.

“Lavoriamo tra Lazio e Abruzzo, rispettivamente seconda e quarta regione d’Italia per casi accertati. L’Abruzzo, da solo, ha un tasso di avvelenamenti per abitante quattro volte superiore alla media nazionale. Il problema, in queste montagne, non è marginale. È strutturale”, ha spiegato Gentile.

Grifoni avvelenati, una strage collaterale nell’Appennino

Tra i dati più allarmanti emersi durante l’incontro c’è quello relativo ai grifoni, specie che spesso non rappresenta il bersaglio diretto delle esche avvelenate, ma che muore alimentandosi di carcasse contaminate.

Particolarmente grave il dato illustrato da Daniela Gentile: “il 53% dei grifoni che troviamo morti è stato avvelenato. Considerando i casi sospetti, arriviamo al 69%. Il grifone non è il bersaglio: si nutre di carcasse avvelenate, spesso destinate ai lupi, e muore”.

Il fenomeno mostra la natura indiscriminata del veleno. Le esche destinate a colpire una specie possono produrre effetti a catena sull’intero ecosistema, coinvolgendo predatori, necrofagi e altri animali selvatici. In questo modo, l’avvelenamento diventa una minaccia non solo per i singoli individui, ma per la stabilità delle comunità ecologiche.

Orso bruno marsicano, il rischio per una specie unica al mondo

All’iniziativa è intervenuta anche Valeria Barbi, giornalista ambientale e responsabile della comunicazione di Salviamo L’Orso ODV, associazione che dal 2012 si occupa di tutela e conservazione dell’orso bruno marsicano, sottospecie unica al mondo presente esclusivamente nell’Appennino centrale e oggi classificata in pericolo critico di estinzione.

“Quando muore un orso marsicano, non perdiamo soltanto un individuo. Perdiamo diversità genetica, capacità riproduttiva, resilienza ecologica. Perdiamo un pezzo del patrimonio naturale mondiale. La tutela di questa specie, e della biodiversità, non può diventare terreno di scontro ideologico o propaganda elettorale. La scienza parla con chiarezza. I dati esistono. Le responsabilità̀ sono note. Quello che manca troppo spesso è la volontà politica di agire con tempestività̀ e coerenza”, ha chiarito Barbi che, nel corso del suo intervento, ha sottolineato come la persecuzione dei grandi carnivori rappresenti un rischio per l’intero equilibrio ecologico dell’Appennino: “la comunità scientifica internazionale considera il veleno una delle forme più distruttive e indiscriminate di persecuzione della fauna selvatica. Chi dissemina bocconi avvelenati non colpisce soltanto un animale. Compie un attentato contro il patrimonio pubblico, contro la biodiversità, contro la salute ambientale e persino contro la sicurezza sanitaria delle comunità umane […] Eppure la convivenza con i grandi carnivori è possibile attraverso strumenti di prevenzione già disponibili. Quello che manca è una strategia nazionale coerente e continuativa”.

Il caso dell’orso marsicano rende ancora più evidente la portata del rischio. In una popolazione già estremamente fragile, ogni singola perdita può avere conseguenze pesanti sul futuro della sottospecie, riducendo diversità genetica, capacità riproduttiva e possibilità di recupero.

L’episodio dell’aprile 2026 nel cuore della biodiversità italiana

Secondo le associazioni intervenute, il recente episodio dell’aprile 2026, che ha colpito il cuore dell’Appennino centrale, non può essere interpretato come un fatto isolato o marginale. Al contrario, rappresenta un segnale estremamente grave rivolto a uno dei territori simbolo della conservazione della biodiversità e della tutela dei grandi carnivori in Italia.

L’episodio assume un valore che va oltre la singola vicenda locale, perché colpisce un sistema di tutela ambientale costruito nel corso di decenni attraverso ricerca scientifica, monitoraggio, prevenzione, lavoro sul territorio e dialogo con le comunità locali.

La morte di almeno 21 lupi e di altri animali selvatici dentro e fuori il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise evidenzia la vulnerabilità di un patrimonio naturale che, pur protetto, continua a essere esposto a pratiche illegali difficili da individuare e perseguire.

Animali domestici e salute pubblica, le altre vittime del veleno

Le associazioni hanno evidenziato come le vittime del veleno non siano soltanto animali selvatici protetti. Ogni anno il fenomeno coinvolge anche migliaia di cani e gatti domestici, oltre a rappresentare un rischio potenziale per la salute pubblica.

Le sostanze utilizzate comprendono spesso pesticidi e fitofarmaci vietati da anni in Europa, ma ancora reperibili sul mercato illegale. Questo elemento richiama l’esistenza di una filiera sommersa, capace di mantenere in circolazione prodotti altamente pericolosi nonostante i divieti.

“Il carbofurano è vietato in Europa dal 2008. Eppure oggi, diciotto anni dopo, è ancora la sostanza più trovata nelle carcasse di grifone in Appennino. Le esche avvelenate parlano di una filiera sommersa che continua ad alimentare questo fenomeno”, ha aggiunto Gentile.

La presenza di sostanze vietate come il carbofurano conferma la dimensione illegale del fenomeno e la necessità di rafforzare i controlli non solo sul territorio, ma anche sui canali di approvvigionamento delle sostanze tossiche.

Le proposte per contrastare gli avvelenamenti dolosi

Nel corso dell’evento sono state avanzate diverse proposte per affrontare in modo più efficace il fenomeno degli avvelenamenti dolosi della fauna. Tra le priorità indicate dai relatori figurano il rafforzamento delle attività investigative e dei nuclei antiveleno, l’introduzione di una normativa specifica contro l’avvelenamento doloso della fauna e l’avvio di campagne nazionali di sensibilizzazione.

È stato inoltre richiesto un maggiore sostegno alle comunità locali che investono nella convivenza con la fauna selvatica, insieme alla costruzione di una strategia nazionale coordinata sul modello già adottato in Spagna.

Durante l’incontro è stata richiamata anche la necessità di recepire efficacemente la direttiva europea 2024/1203 sulla tutela penale dell’ambiente, inserendo il contrasto al veleno tra le priorità della futura strategia nazionale contro i reati ambientali.

L’obiettivo indicato dalle associazioni è quello di superare una gestione frammentaria, episodica e spesso inefficace, per arrivare a un sistema nazionale capace di prevenire, monitorare e perseguire con maggiore forza i crimini contro la fauna.

L’appello alle istituzioni: il veleno diventi una priorità nazionale

L’incontro alla Camera dei Deputati si è concluso con un appello condiviso alle istituzioni affinché il contrasto all’avvelenamento doloso della fauna diventi una priorità politica nazionale.

Romito ha richiamato la necessità di affrontare il tema della gestione del lupo partendo da dati concreti e da una piena comprensione delle criticità che ancora interessano la specie: “a fronte della riduzione del livello di protezione del lupo, è indispensabile conoscere a fondo le reali minacce che questa specie continua ad affrontare nel nostro Paese. Avvelenamenti e carenza di monitoraggi aggiornati raccontano una situazione molto più complessa rispetto alla narrazione semplicistica di un’emergenza numerica”.

“Serve una piena unità istituzionale. Non è più accettabile assistere a messaggi contraddittori provenienti da livelli diversi dell’amministrazione pubblica”, ha concluso Barbi.

Della stessa opinione anche Gentile, la quale ha sottolineato che “quando un crimine ha questa portata, questa sistematicità, questa diffusione, e produce zero condanne, non è più solo difficoltà investigativa. È una scelta politica”.

Il messaggio emerso dall’incontro è netto: il fenomeno delle esche avvelenate non riguarda soltanto la tutela di singole specie, ma investe la legalità, la sicurezza ambientale, la salute pubblica e la credibilità delle politiche di conservazione. Nel cuore dell’Appennino centrale, la morte di lupi, grifoni e altri animali selvatici diventa così il simbolo di una crisi più ampia, che richiede risposte istituzionali coordinate, tempestive e coerenti.