Gli astronomi che utilizzano il James Webb Space Telescope di NASA/ESA/CSA insieme al NASA/ESA Hubble Space Telescope hanno osservato in profondità migliaia di giovani ammassi stellari in quattro galassie vicine, studiandoli in diverse fasi della loro evoluzione. Il risultato principale è chiaro: gli ammassi stellari più massicci emergono più rapidamente dalle nubi in cui si formano, disperdendo il gas circostante e iniziando prima a riempire la galassia di luce ultravioletta.
La scoperta, pubblicata su Nature Astronomy, offre un quadro più dettagliato di come avviene la formazione stellare nelle galassie e di come l’ambiente in cui nascono le stelle possa influenzare anche la formazione dei pianeti. La notizia è rilevante perché chiarisce un passaggio cruciale della vita delle galassie: il momento in cui un ammasso stellare riesce a liberarsi dalla nube di gas che lo ha generato e a esercitare la propria influenza sul resto della galassia.
Perché gli ammassi stellari sono fondamentali per capire le galassie
Gli astronomi sanno da tempo che comprendere come nascono gli ammassi stellari è essenziale per spiegare altri aspetti dell’evoluzione galattica. Le stelle si formano in ammassi, prodotti dal collasso gravitazionale di nubi di gas. Quando all’interno di una nube nascono sempre più stelle, i venti stellari, la forte radiazione ultravioletta e le esplosioni di supernova delle stelle più massicce finiscono per disperdere la nube stessa. Questo processo interrompe la formazione di nuove stelle prima che tutto il gas disponibile venga utilizzato. Una volta che la nube di gas da cui un ammasso stellare è nato si dissolve, la luce dell’ammasso può raggiungere anche altre regioni della galassia in cui si stanno formando stelle. Il fenomeno è noto come feedback stellare ed è uno dei meccanismi che spiegano perché gran parte del gas presente in una galassia non venga mai trasformato in stelle.
Studiare lo sviluppo degli ammassi stellari giovani significa quindi rispondere a domande che non riguardano soltanto singole stelle, ma l’intero funzionamento delle galassie: dove si formano le stelle, quanto a lungo può proseguire la formazione stellare e in che modo l’energia prodotta dalle stelle appena nate modifica l’ambiente circostante.
Il limite della Via Lattea e l’importanza delle galassie vicine
Le regioni di formazione stellare più vicine, nella Via Lattea e nelle galassie nane che le orbitano attorno, permettono agli astronomi di analizzare gli ammassi stellari nei minimi dettagli. Tuttavia, la posizione del nostro Sistema solare nel disco galattico limita il numero di regioni osservabili con chiarezza.
Per superare questo limite, gli astronomi osservano galassie vicine, dove è possibile esaminare migliaia di regioni di formazione stellare e caratterizzare intere popolazioni di ammassi a diversi stadi evolutivi. Questo tipo di indagine è stato reso possibile dai telescopi spaziali, in particolare da Hubble, che ha aperto la strada allo studio sistematico delle popolazioni stellari in altre galassie.
Con l’arrivo di Webb, la ricerca ha compiuto un ulteriore salto di qualità. L’osservazione nell’infrarosso consente infatti di penetrare le nubi di gas e polvere che nascondono gli ammassi più giovani, permettendo agli astronomi di studiare le prime fasi della loro formazione.
La domanda aperta: quanto tempo serve per disperdere la nube natale?
Nonostante i progressi dell’astronomia infrarossa, una questione rimaneva aperta: quando nasce un ammasso stellare, che cosa determina il tempo necessario per disperdere la nube di gas da cui ha avuto origine e iniziare a irradiare luce ultravioletta nel resto della galassia?
La risposta arriva ora dal lavoro congiunto di Webb e Hubble, che hanno fornito una visione ad ampio spettro di migliaia di giovani ammassi stellari. Un team internazionale di astronomi ha analizzato immagini di quattro galassie vicine: Messier 51, Messier 83, NGC 628 e NGC 4449. I dati provengono dal programma osservativo FEAST numero 1783.
I risultati indicano che sono gli ammassi stellari più massicci a disperdere più rapidamente il proprio involucro gassoso e a iniziare prima a illuminare la galassia con la loro radiazione.
Quasi 9000 ammassi stellari osservati da Webb e Hubble
Il team ha identificato quasi 9000 ammassi stellari nelle quattro galassie, distinguendoli in diverse fasi evolutive. Alcuni erano ammassi giovani che stavano appena iniziando a emergere dalle nubi di gas in cui si erano formati. Altri avevano già disperso parzialmente il gas circostante. Queste prime categorie sono state individuate grazie alle immagini di Webb, capace di scrutare all’interno delle nubi.
Gli ammassi completamente liberi dall’oscuramento del gas, visibili nella luce ottica, sono stati invece identificati grazie a Hubble. Combinando le osservazioni dei due telescopi, gli astronomi hanno potuto stimare la massa e l’età di ciascun ammasso a partire dal suo spettro luminoso.
Il dato più significativo riguarda i tempi di emersione. Gli ammassi più massicci risultano completamente emersi e capaci di disperdere le nubi di gas dopo circa cinque milioni di anni. Gli ammassi meno massicci, invece, emergono più lentamente: la loro età al momento dell’uscita dalla nube natale è compresa tra sette e otto milioni di anni.
Il ruolo decisivo della massa negli ammassi stellari
La scoperta mostra che la massa degli ammassi stellari è un fattore chiave nel determinare la rapidità con cui essi riescono a liberarsi dalla nube di gas in cui sono nati. Gli ammassi più massicci contengono un numero maggiore di stelle calde e luminose, capaci di produrre grandi quantità di radiazione ultravioletta e di esercitare un feedback più intenso sull’ambiente circostante.
Questa maggiore energia consente loro di disperdere più rapidamente il gas residuo e di diventare visibili prima, accelerando anche il momento in cui iniziano a influenzare altre regioni della galassia. In altre parole, gli ammassi più grandi non solo producono gran parte della luce ultravioletta delle galassie, ma iniziano anche prima a modificarne l’evoluzione.
Il risultato fornisce agli astronomi nuovi vincoli per comprendere come si regolano la formazione stellare e il feedback stellare su scala galattica. Sapere dove e quando il feedback è più intenso permette di prevedere meglio come il gas, cioè il carburante da cui nascono nuove stelle, venga spostato, riscaldato o disperso all’interno delle galassie.
Le implicazioni per i modelli di formazione stellare
Rispondere alla domanda su quali ammassi stellari liberino più rapidamente le loro nubi natali rappresenta un passo avanti per la comprensione della formazione delle galassie. I modelli teorici e le simulazioni numeriche devono infatti riprodurre non solo la nascita delle stelle, ma anche il modo in cui gli ammassi emergono dal gas e iniziano a influenzare l’ambiente circostante.
“Le simulazioni della formazione stellare e del feedback stellare hanno faticato a riprodurre il modo in cui gli ammassi stellari si formano ed emergono dalle nubi in cui nascono. Questi risultati ci forniscono nuovi importanti vincoli su questo processo”, ha spiegato Angela Adamo, della Stockholm University e dell’Oskar Klein Centre in Svezia, coautrice principale dello studio e principal investigator del programma FEAST.
Le sue parole sottolineano il valore dei nuovi dati osservativi: non si tratta soltanto di immagini più dettagliate, ma di informazioni che possono migliorare le simulazioni della formazione stellare e del feedback stellare, due processi centrali per spiegare l’evoluzione delle galassie nel tempo.
La luce ultravioletta che cambia il destino delle galassie
Gli ammassi stellari massicci, ricchi di stelle calde, emettono naturalmente la maggior parte della luce ultravioletta nelle galassie. Il nuovo studio conferma però un aspetto ancora più importante: questi ammassi non solo sono più luminosi, ma iniziano prima a produrre feedback rispetto agli ammassi più leggeri.
Questo anticipo può avere effetti significativi sulla vita di una galassia. Il feedback stellare regola la disponibilità del gas, condiziona la nascita di nuove stelle e contribuisce a stabilire il ritmo con cui una galassia evolve. Capire quando il feedback diventa efficace permette agli astronomi di ricostruire meglio il ciclo di vita del gas galattico e di prevedere dove potranno formarsi nuovi ammassi stellari.
In questo senso, le osservazioni di Webb e Hubble non descrivono soltanto singoli gruppi di stelle appena nate, ma aiutano a comprendere la dinamica complessiva delle galassie, dal collasso delle nubi molecolari alla dispersione del gas, fino alla formazione di nuove generazioni di stelle.
Che cosa cambia per la formazione dei pianeti
La ricerca ha conseguenze anche per le teorie sulla formazione dei pianeti. Quando il gas viene eliminato rapidamente all’interno di un ammasso stellare, i dischi protoplanetari attorno alle giovani stelle vengono esposti prima alla forte radiazione ultravioletta prodotta dalle altre stelle dell’ammasso.
Questa esposizione anticipata può ridurre il tempo a disposizione dei dischi per attirare ulteriore gas dalla nebulosa. Di conseguenza, diminuiscono anche le opportunità di far crescere polveri e materiali che, nel tempo, possono contribuire alla nascita dei pianeti.
Il legame tra feedback stellare e formazione planetaria è uno degli aspetti più interessanti dello studio, perché collega fenomeni che avvengono su scale molto diverse: dall’evoluzione di intere galassie fino alle condizioni locali in cui possono formarsi sistemi planetari.
Un ponte tra osservazioni, simulazioni e pianeti
“Questo lavoro riunisce ricercatori che simulano la formazione stellare e ricercatori che si occupano di osservazioni, nonché gruppi che studiano la formazione planetaria”, ha dichiarato Alex Pedrini, autore principale dello studio, anch’egli della Stockholm University e dell’Oskar Klein Centre in Svezia.
La dichiarazione riassume il senso più ampio della ricerca: grazie a Webb, gli astronomi possono guardare dentro le culle degli ammassi stellari e collegare la nascita dei pianeti al ciclo più vasto della formazione stellare e del feedback. Le osservazioni nell’infrarosso permettono infatti di studiare ciò che prima rimaneva nascosto dalle nubi di gas, mentre i dati ottici di Hubble completano il quadro mostrando gli ammassi già emersi.
Una scoperta chiave per capire come si accendono le galassie
Il lavoro su Messier 51, Messier 83, NGC 628 e NGC 4449 dimostra che gli ammassi stellari non emergono tutti allo stesso ritmo. La loro massa determina in modo decisivo la velocità con cui riescono a liberarsi dal gas natale e a iniziare a irradiare luce ultravioletta nello spazio circostante.
Gli ammassi più massicci, emergendo dopo circa cinque milioni di anni, accendono prima il loro ruolo di motori del feedback stellare. Quelli meno massicci impiegano invece più tempo, tra sette e otto milioni di anni, prima di liberarsi completamente dalle nubi che li hanno generati.
Questa differenza temporale, apparentemente breve su scala cosmica, può avere effetti profondi sul modo in cui una galassia consuma il proprio gas, produce nuove stelle e crea ambienti favorevoli o sfavorevoli alla formazione dei pianeti. È qui che la combinazione tra James Webb Space Telescope e Hubble Space Telescope mostra tutta la sua forza: osservare insieme ciò che è ancora nascosto e ciò che è già visibile, ricostruendo la storia degli ammassi stellari dal loro primo sviluppo fino al momento in cui iniziano a plasmare la galassia che li ospita.


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