La frase ha fatto il giro dei media e ha acceso il consueto fuoco di sbarramento. “Per il cambiamento climatico in molti dicono: ‘oddio sta arrivando in Europa un clima caraibico’, no? E vabbè, ma i Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima, e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo“. A pronunciarla è stato Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato. Spogliata della patina polemica con cui è stata rilanciata, la dichiarazione contiene un nucleo scientifico che merita una lettura fredda, basata sui dati e non sull’emotività: il concetto di adattamento climatico, che la scienza considera da decenni uno dei due cardini della risposta al riscaldamento globale.
Dove e quando La Russa ha pronunciato la frase sul clima caraibico
Il contesto è essenziale per non trasformare una riflessione in uno slogan. La Russa ha parlato durante la presentazione del libro “L’ecologia dei conservatori” dell’europarlamentare Nicola Procaccini, a Milano, in una sala piena, in piena ondata di caldo anomalo sull’Europa. Il volume, “L’ecologia dei conservatori. Il ritorno al sacro della natura“, porta la prefazione del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ed è dedicato alla contrapposizione tra ambientalismo ideologico ed ecologia pragmatica. L’evento si è svolto nella terza decade di giugno 2026 ed è stato ripreso dai principali quotidiani il 24 giugno. Insomma, non stiamo parlando di un covo di terrapiattisti, ma delle massime cariche dello Stato che oggi hanno – vivaddio – un’idea anti catastrofista sul tema del cambiamento climatico.
Il passaggio decisivo, spesso amputato nelle riprese giornalistiche, è la precisazione immediatamente successiva. Subito dopo la battuta sui Caraibi, La Russa ha aggiunto: “Questo non vuol dire che non ci si possa, e non ci si debba attivare per limitare i danni di cambiamenti climatici“. È una postilla che cambia il senso dell’intero ragionamento: La Russa non nega il riscaldamento, non contesta l’aumento delle temperature, non dipinge un mondo immobile. Sostiene piuttosto che la risposta razionale non sia la paura, ma l’adeguamento.
La citazione verificata: cosa ha detto esattamente e cosa no
La verifica testuale conferma l’autenticità delle parole. Nel suo intervento La Russa ha premesso: “Io, prima ancora di leggere il tuo libro – che lo fa molto meglio di come io istintivamente l’avevo pensato – ho sempre detto: ma il cambiamento climatico che sta arrivando in Europa, quando diciamo ‘oddio sta arrivando un clima caraibico’, no?“. Il presidente del Senato ha poi richiamato il lungo respiro della storia naturale, osservando, con riferimento alle specie estinte, che esse “hanno dovuto soggiacere a dei cambiamenti climatici“. Su questo punto va riconosciuto che il diffuso punto di vista degli anti catastrofisti, secondo cui “il clima è sempre cambiato“, è scientificamente vero come dato paleoclimatico certificato da tutti i riferimenti della storia del clima sul nostro Pianeta. Tuttavia, l’osservazione di fondo di La Russa non riguarda le cause, bensì la strategia di risposta: ed è qui che il suo ragionamento intercetta un filone solido della climatologia applicata.
Clima caraibico: una metafora imperfetta, ma un’intuizione corretta
Sul piano strettamente meteorologico, la formula “clima caraibico” è imprecisa, e va detto senza reticenze in nome dell’onestà del dato. Il clima dei Caraibi è tropicale umido, con temperature che raramente superano i +31°C e una marittimità che mitiga gli estremi. Rispetto al clima estivo del Mediterraneo, di frequente caratterizzato da temperature over +40°C, è quindi erroneo.. Dopotutto è chiaro che si trattasse di una metafora, retoricamente efficace ma fisicamente fragile. Eppure l’intuizione strategica che la sorregge resta valida. Il messaggio implicito — esistono popolazioni che convivono stabilmente con climi che a noi appaiono estremi — è il punto di partenza di qualsiasi politica di adattamento. Non è negazionismo: è la presa d’atto che l’organizzazione sociale, urbanistica e sanitaria può rendere vivibili condizioni climatiche che, lasciate alla sola impreparazione, sarebbero letali.
Il dato che nessuno nega: anche l’Italia si sta scaldando
Una rivista come MeteoWeb che da sempre si professa anti catastrofista ha il dovere di non nascondere i numeri, perché è proprio il rispetto del dato a distinguerla dall’allarmismo. Secondo l’ISPRA, il 2024 è stato l’anno più caldo dell’intera serie storica nazionale, con una temperatura media superiore di 1,33 °C rispetto al trentennio 1991-2020. Il riscaldamento è reale, misurato, documentato. Negarlo sarebbe antiscientifico tanto quanto enfatizzarlo fino all’apocalisse. Allo stesso modo, il caldo estremo non è un fenomeno folkloristico. Ma — e qui sta il punto centrale — vanno lette per ciò che indicano davvero: non un destino ineluttabile, bensì un problema gestibile con gli strumenti giusti.
Perché l’adattamento è una strategia pienamente scientifica
Il cuore della questione è metodologico. La climatologia istituzionale, a partire dai rapporti dell’IPCC, individua due risposte complementari al riscaldamento: la mitigazione, cioè la riduzione delle emissioni di gas serra, e l’adattamento, ossia l’insieme delle misure che riducono la vulnerabilità delle società agli effetti già in corso. Non sono alternative ideologiche: sono due capitoli dello stesso manuale. L’enfasi sull’adattamento, che molti hanno frettolosamente bollato come arretramento, è in realtà l’approccio più verificabile e misurabile dei due. Mentre la mitigazione produce risultati climatici percepibili solo su scala globale e su orizzonti pluridecennali, l’adattamento agisce qui e ora, con effetti quantificabili sulla vita delle persone. Piani di emergenza caldo, sistemi di allerta precoce, riforestazione urbana, edilizia a basso assorbimento termico, gestione idrica, climatizzazione degli ospedali e delle case di riposo: sono interventi il cui beneficio si misura in vite salvate nell’arco di una sola estate. È in questo senso che le parole di La Russa, al netto della forma colloquiale, hanno un valore scientifico concreto: spostano l’attenzione dalla profezia alla resilienza.
Le conseguenze del caldo non sono un destino: la prova del valore dell’adattamento
La dimostrazione più solida arriva proprio dai dati che il fronte catastrofista usa per allarmare. La gran parte dei decessi da calore è prevenibile. Lo mostrano le esperienze delle città che, dopo le stragi silenziose degli anni Duemila, hanno introdotto piani di sorveglianza sanitaria, sistemi di allerta e protocolli di protezione per anziani e fragili, riducendo drasticamente la mortalità a parità di temperature. Questo è esattamente ciò che intende l’adattamento climatico: non rassegnazione, ma ingegneria sociale del rischio. Come ha riconosciuto persino una lettura critica delle parole di La Russa, abituarsi a un clima più caldo “è possibile. Ma costa soldi, tempo e vite umane“. È una sintesi onesta, che però gioca a favore dell’argomento dell’adattamento: se il problema è prevalentemente di organizzazione e investimento, allora non siamo davanti a un’apocalisse, ma a una sfida di pianificazione. Ed è una sfida che l’umanità, storicamente, ha quasi sempre vinto quando ha smesso di temere e ha iniziato a progettare.
Il nocciolo razionale delle parole di La Russa
Ricondotta ai fatti, la dichiarazione del presidente del Senato si presta a una lettura sobria e difendibile. Primo: non c’è negazione del riscaldamento, anzi un’esplicita apertura agli interventi per limitarne i danni. Secondo: la metafora caraibica è imprecisa sul piano fisico, e questo va detto. Terzo, e più importante: il messaggio di fondo — convivere e adattarsi anziché coltivare la paura dell’estinzione — coincide con uno dei due pilastri riconosciuti della scienza del clima. Una meteorologia anti-catastrofista non chiede di ignorare i dati, ma di leggerli senza isteria. L’Italia si scalda, il caldo uccide quando trova società impreparate, ma nessuna di queste verità conduce all’apocalisse: conduce, semmai, alla necessità di città più verdi, edifici più efficienti, sistemi sanitari più pronti. In questo, paradossalmente, lo slogan sui Caraibi diventa più maturo di tanto allarmismo: ricorda che la risposta razionale al cambiamento climatico non è la disperazione, ma la capacità di adattarsi — la stessa che ha accompagnato la specie umana attraverso ogni mutamento della sua storia.



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