Come abbiamo già raccontato nei giorni scorsi, la sonda MAVEN ha ufficialmente terminato la sua gloriosa missione scientifica, lasciando un vuoto nell’esplorazione dell’atmosfera di Marte. La chiusura delle comunicazioni, avvenuta in modo improvviso e definitivo lo scorso dicembre, ha portato i vertici dell’agenzia spaziale a dichiarare il “decesso” del veicolo mercoledì 3 giugno. Adesso, però, si apre un nuovo capitolo affascinante e malinconico per questo esploratore robotico, che si unisce a una vera e propria flotta fantasma silenziosa. MAVEN è diventato infatti l’ultimo ospite di un vasto e invisibile cimitero orbitale che circonda il Pianeta Rosso. Lontano milioni di km dalla Terra, l’orbiter continuerà a viaggiare nel vuoto freddo dello Spazio, seguendo le inesorabili leggi della fisica celeste mentre attende il suo epilogo.
La lenta caduta di MAVEN verso Marte
Il team di scienziati del Goddard Space Flight Center della NASA non aveva pianificato un finale così brusco, eppure il destino della sonda sarebbe stato identico anche in caso di uno spegnimento controllato. Il piano nominale per lo smaltimento del veicolo consisteva semplicemente nel lasciarlo nella sua orbita attuale. Secondo le stime dei responsabili del progetto, MAVEN rimarrà in questa traiettoria per un periodo compreso tra 50 e 100 anni, prima di entrare a contatto con gli strati superiori dell’atmosfera marziana. Una volta iniziato questo processo di attrito, la sottile coltre gassosa trascinerà la sonda verso il basso, facendola bruciare completamente e trasformandola in una meteora artificiale. Esiste tuttavia uno scenario alternativo e molto più rapido: il veicolo potrebbe scontrarsi in modo fatale con altri satelliti in disuso oppure con le 2 piccole lune naturali, Phobos e Deimos. Nel febbraio del 2017, la sonda aveva dovuto eseguire una complessa manovra di emergenza proprio per evitare una potenziale collisione con Phobos.
I fantasmi del Sistema Solare e il cimitero in orbita
Le orbite attorno a Marte rappresentano un affascinante archivio storico dell’esplorazione spaziale, popolato da numerosi relitti silenziosi. Tenere traccia dei veicoli non più comunicanti è estremamente difficile, per cui non sappiamo con assoluta certezza quanti di essi siano già precipitati o bruciati e quanti stiano ancora orbitando. La lista delle missioni che hanno raggiunto con successo il pianeta è lunga e comprende veri e propri pionieri dell’astronomia. Tra i satelliti dismessi troviamo i sovietici Mars 2, Mars 3, Mars 5 e Phobos 2, affiancati da veicoli storici della NASA come Mariner 9, Viking 1, Viking 2 e Mars Global Surveyor, oltre all’indiano Mars Orbiter Mission. Attualmente, in mezzo a questa selva di rottami celesti, sopravvivono e operano soltanto 6 satelliti attivi: Mars Odyssey, Mars Reconnaissance Orbiter, Mars Express ed ExoMars Trace Gas Orbiter dell’ESA, la missione Hope degli Emirati Arabi Uniti e la sonda cinese Tianwen 1.
Un deserto di metallo
Il cimitero spaziale non fluttua unicamente sopra le nostre teste, ma si estende ampiamente da Nord a Sud anche sul suolo marziano, dove i venti ricoprono lentamente le macchine di polvere rossa. Sulla superficie riposano per sempre esploratori leggendari che hanno inviato moli immense di dati prima di cedere agli elementi estremi del pianeta. Tra i resti ormai sepolti dalla sabbia spiccano i celebri rover della NASA Spirit e Opportunity, l’elicottero Ingenuity, il lander Pathfinder e il rover cinese Zhurong, appartenente alla missione Tianwen 1. Oggi, in questa vasta landa desolata, a muoversi e a fare scienza sul campo sono rimasti esclusivamente due instancabili lavoratori automatizzati: i rover Curiosity e Perseverance, atterrati rispettivamente nell’agosto del 2012 e nel febbraio del 2021.
La grande scoperta sull’atmosfera perduta
Al netto del suo destino finale, l’eredità di MAVEN rimarrà una pietra miliare incancellabile nello studio del Sistema Solare. L’obiettivo primario della sonda era indagare l’evoluzione chimica e fisica del pianeta, per capire come un mondo originariamente caldo e ricco di acqua liquida si sia trasformato nel deserto inospitale che osserviamo attualmente, caratterizzato da un clima rigidissimo che tocca temperature ampiamente al di sotto degli 0°C. I dati raccolti con estrema precisione hanno dimostrato che il drammatico cambiamento climatico globale è stato causato dall’azione del vento solare, che ha progressivamente spogliato il pianeta della sua densa coltre gassosa originale, riducendola oggi a un mero 1% rispetto alla densità di quella terrestre a livello del mare. Questo inesorabile processo di dispersione gassosa è avvenuto in un’epoca antichissima, compresa tra 4 e 3 miliardi di anni fa, proprio nel momento in cui sulla Terra iniziavano a emergere i primissimi e fondamentali segni di vita biologica.


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