Il terremoto di magnitudo 7.8 avvenuto nelle Filippine meridionali, alle 01:37 ora italiana, è stato generato dallo scivolamento della placca delle Filippine sotto quella della Sonda, a una profondità compresa fra 50 e 60 chilometri. “Le analisi preliminari indicano un ‘meccanismo inverso’ tipico delle zone di subduzione”, ha detto all’ANSA il sismologo Fabrizio Romano, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Il sisma, ha aggiunto, ha generato uno tsunami con onde con ampiezza tra 80 e 150 centimetri. “Le Filippine sono una delle zone più attive al mondo dal punto di vista sismico: vi sono molte zone di subduzione e lo scenario è reso più complesso dalla presenza anche di varie piccole placche”, ha aggiunto il sismologo.
Il terremoto principale è stato seguito da altre forti scosse, la più forte delle quali di magnitudo 6.5. “Ma l’evento non si è registrato lungo l’interfaccia di subduzione, ovvero non lungo la superficie dove le due placche scorrono una sull’altra, ma è avvenuto intraplacca, quindi è all’interno della placca, questo spiegherebbe forse anche la profondità piuttosto elevata”.
L’allerta tsunami
Data la magnitudo elevata e la localizzazione sottomarina, è subito stata diramata l’allerta tsunami e, ha proseguito Romano, le “generazione di un’onda di maremoto è stata confermata dalle rilevazioni strumentali effettuate dai mareografi distribuiti nell’area del Pacifico e lungo le coste di Mindanao“. Gli strumenti hanno segnalato variazioni del livello del mare contenute, ma significative: “un’ampiezza dell’onda compresa tra gli 80 centimetri e il metro e mezzo”. Tuttavia, non si segnalano grossi danni dovuti allo tsunami e l’allerta è stata poi ritirata.
“Difficile prevedere quale potrà essere l’evoluzione di questa sequenza, ma sappiamo – ha concluso Romano – che tutta l’area è soggetta a una sovrapposizione di rischi naturali che includono non solo l’attività sismica e vulcanica, ma anche fenomeni climatici estremi”.



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