I porti georgiani di Kulevi e Batumi, affacciati sul Mar Nero, sarebbero diventati due snodi centrali per l’esportazione verso l’Europa di carburanti raffinati sospettati di contenere petrolio russo. A sostenerlo è uno studio del Centro per la Ricerca sull’Energia e l’Aria Pulita, il Crea, secondo cui i due scali avrebbero sfruttato le lacune normative presenti nel sistema delle sanzioni occidentali contro Mosca. L’analisi riguarda il periodo compreso tra febbraio 2023 e febbraio 2026, cioè i tre anni successivi all’entrata in vigore del divieto dell’Unione europea di importare prodotti petroliferi russi. In questo arco temporale, i porti di Kulevi e Batumi avrebbero esportato verso l’Unione europea e il Regno Unito carburanti raffinati per un valore complessivo di circa 1,2 miliardi di euro. Il punto centrale sollevato dal think tank finlandese riguarda l’origine dei prodotti inviati ai Paesi occidentali. I carburanti, pur partendo formalmente dalla Georgia, sono infatti sospettati di essere stati ottenuti attraverso la lavorazione oppure la riesportazione di prodotti petroliferi provenienti dalla Russia.
Le lacune nelle sanzioni europee contro il petrolio russo
Lo studio del Crea mette in evidenza una possibile debolezza nel sistema di controllo costruito dall’Unione europea per limitare le entrate energetiche di Mosca. Le sanzioni Ue vietano l’importazione di prodotti petroliferi derivati dal greggio russo, ma il centro di ricerca sostiene che finora non sia stato affrontato in maniera sufficiente il problema dei carburanti che transitano attraverso Paesi terzi. La questione riguarda in particolare Stati come la Georgia, che non aderisce alle sanzioni occidentali contro la Russia. I prodotti petroliferi russi possono arrivare in questi Paesi, essere lavorati, miscelati oppure riesportati e successivamente raggiungere i mercati dell’Unione europea e degli altri Stati che hanno imposto restrizioni commerciali a Mosca. In questo modo, secondo quanto ricostruito dal Crea, il petrolio di origine russa potrebbe continuare a entrare indirettamente nei Paesi sanzionatori sotto forma di carburanti raffinati, nonostante il divieto ufficiale introdotto nel febbraio 2023. Il problema evidenziato dal rapporto non riguarda quindi soltanto la provenienza geografica dell’ultima spedizione, ma la necessità di ricostruire l’intera catena di approvvigionamento, dalla materia prima utilizzata fino al prodotto raffinato esportato.
Dai porti della Georgia carburanti per 1,2 miliardi di euro
Secondo i dati riportati nello studio, tra febbraio 2023 e febbraio 2026 i porti di Kulevi e Batumi avrebbero esportato nell’Unione europea e nel Regno Unito prodotti petroliferi raffinati per circa 1,2 miliardi di euro. Si tratta di carburanti sospettati di contenere petrolio russo, arrivato in Georgia prima della lavorazione o della successiva riesportazione verso i Paesi occidentali. Il rapporto si basa sull’analisi di dati governativi e delle informazioni fornite da Kpler, società specializzata nell’analisi dei mercati energetici e nel monitoraggio dei flussi marittimi di petrolio e carburanti. Attraverso l’incrocio di questi dati, il centro di ricerca ha ricostruito i movimenti dei prodotti petroliferi in ingresso e in uscita dai due porti georgiani, concentrandosi sulla quantità delle spedizioni, sul loro valore economico e sulle principali destinazioni.
Il ruolo del porto di Kulevi e della nuova raffineria
Una parte consistente delle esportazioni analizzate dal Crea riguarda il porto di Kulevi, sulla costa georgiana del Mar Nero. Secondo il rapporto, da questo scalo sarebbero state spedite 1,46 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi, per un valore complessivo di 811 milioni di euro. Le spedizioni sarebbero state dirette verso l’Unione europea e gli Stati Uniti e sarebbero partite dalla raffineria collegata al porto, operativa dall’ottobre 2025. L’entrata in funzione della raffineria rappresenta uno degli elementi più rilevanti contenuti nell’analisi. L’impianto avrebbe infatti consentito di lavorare i prodotti petroliferi arrivati in Georgia, trasformandoli in carburanti destinati successivamente ai mercati occidentali. Il volume indicato dal rapporto, pari a 1,46 milioni di tonnellate, mostra la rilevanza raggiunta in pochi mesi dal porto di Kulevi all’interno delle rotte energetiche tra la regione del Mar Nero, l’Europa e gli Stati Uniti. Il valore economico delle spedizioni, stimato in 811 milioni di euro, costituisce inoltre la quota principale del totale attribuito dal Crea ai due porti georgiani.
A Batumi il 79% del gasolio importato via mare proveniva dalla Russia
Il secondo caso analizzato dal centro di ricerca riguarda il porto di Batumi, uno dei principali scali della Georgia sul Mar Nero. Secondo il rapporto, tra febbraio 2023 e febbraio 2026 il 79% delle importazioni di gasolio via mare arrivate nel porto proveniva direttamente dalla Russia. Nello stesso periodo, Batumi ha esportato verso l’Unione europea e il Regno Unito 508mila tonnellate di gasolio, per un valore complessivo di 339 milioni di euro. Il confronto tra l’elevata percentuale di gasolio russo importato e le successive esportazioni verso i Paesi occidentali rappresenta uno degli elementi sui quali si concentra l’analisi del Crea. Il centro di ricerca ritiene infatti che una parte dei carburanti spediti da Batumi verso l’Europa possa essere collegata ai flussi provenienti dalla Russia. La Georgia, non partecipando al sistema sanzionatorio, avrebbe potuto ricevere regolarmente il gasolio russo e successivamente indirizzarlo verso altri mercati. La ricostruzione non si limita quindi a considerare Batumi come semplice punto di partenza delle esportazioni, ma lo identifica come un possibile luogo di transito e redistribuzione di prodotti petroliferi inizialmente arrivati dalla Federazione Russa.
Il Regno Unito principale destinazione del gasolio partito da Batumi
Il Regno Unito è risultato il principale Paese di destinazione del gasolio transitato attraverso il porto di Batumi. Secondo i dati riportati dal Crea, il mercato britannico ha assorbito il 44% delle importazioni effettuate dai Paesi che impongono sanzioni alla Russia. Una percentuale che rende il Regno Unito la destinazione più rilevante tra quelle analizzate nel rapporto. Al secondo posto si collocano i Paesi Bassi, con il 20%, seguiti dalla Danimarca, che ha ricevuto il 19% del gasolio esportato attraverso Batumi. La Svezia rappresenta l’8% delle destinazioni, mentre il Belgio raggiunge il 5%. Una quota più contenuta, pari al 2%, riguarda invece l’Italia. La distribuzione delle spedizioni mostra come i carburanti transitati dallo scalo georgiano abbiano raggiunto diversi mercati europei, interessando sia il Nord Europa sia i principali snodi commerciali e logistici dell’Unione.
Anche l’Italia tra i Paesi raggiunti dalle esportazioni
Nel quadro ricostruito dal Crea compare anche l’Italia, destinataria del 2% delle esportazioni di gasolio partite dal porto di Batumi verso i Paesi che applicano le sanzioni contro la Russia. Pur trattandosi di una percentuale inferiore rispetto a quella registrata per Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e Belgio, il dato conferma che i flussi di carburante transitati attraverso la Georgia hanno raggiunto anche il mercato italiano. Il rapporto non indica un valore economico specifico relativo alla sola quota destinata all’Italia, ma inserisce il Paese all’interno della rete di destinazioni europee raggiunte dal gasolio esportato dallo scalo georgiano. Il dato assume rilievo nel contesto più ampio delle misure europee adottate per impedire l’ingresso di prodotti petroliferi derivati dal greggio russo.
La Georgia come Paese di transito per i prodotti energetici russi
La posizione della Georgia è uno degli aspetti centrali dello studio. Il Paese si trova lungo importanti rotte commerciali ed energetiche che collegano il Mar Nero, il Caucaso e i mercati europei. Non aderendo alle sanzioni occidentali contro Mosca, la Georgia può continuare a importare prodotti petroliferi russi. Secondo il Crea, proprio questa condizione avrebbe consentito ai carburanti di origine russa di essere lavorati o riesportati attraverso i porti di Kulevi e Batumi. Una volta giunti in Georgia, i prodotti potrebbero perdere, almeno formalmente, il collegamento diretto con la Russia, soprattutto nei casi in cui vengano sottoposti a processi di raffinazione o trasformazione. Il nodo sollevato dal rapporto riguarda quindi i criteri utilizzati per stabilire l’origine effettiva del carburante. Il semplice riferimento al Paese dal quale parte l’ultima spedizione potrebbe non essere sufficiente per verificare se il prodotto sia stato realizzato utilizzando petrolio russo.
Il divieto europeo in vigore dal febbraio 2023
Il periodo preso in esame dal rapporto parte dal febbraio 2023, quando è entrato in vigore il divieto dell’Unione europea di importare prodotti petroliferi russi. Le restrizioni sono state introdotte per colpire una delle principali fonti di entrata della Federazione Russa. Tuttavia, secondo l’analisi del Crea, il sistema sanzionatorio avrebbe lasciato aperti alcuni canali indiretti, legati alla trasformazione e alla riesportazione attraverso Paesi non aderenti alle misure occidentali. Lo studio sostiene che l’attenzione si sia concentrata soprattutto sulle importazioni dirette dalla Russia, trascurando il possibile arrivo di prodotti petroliferi russi attraverso Stati intermedi. I porti di Kulevi e Batumi rappresenterebbero, in questo scenario, due esempi concreti di come le rotte commerciali possano essere riorganizzate per continuare a portare sui mercati europei carburanti collegati al petrolio russo.


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