Scuole chiuse con il bollino rosso (che non ci sarà): il sindaco di Palermo vuole persino la DAD, ma è tutta una clamorosa presa in giro

La direttiva di Roberto Lagalla che ripropone l'incubo della didattica a distanza per il caldo si scontra con una realtà imbarazzante: le lezioni iniziano il 15 settembre, giorno esatto in cui il Ministero della Salute smette di emettere i bollettini. Una mossa di propaganda per assecondare le psicosi delle "mammine pancine" ignorando i reali bisogni degli studenti

C’è un limite sottile tra la prevenzione e la farsa istituzionale, e il Comune di Palermo sembra averlo superato con slancio. L’odierna direttiva firmata dal sindaco Roberto Lagalla, che prevede le scuole chiuse a Palermo e il ritorno dello spettro della didattica a distanza in caso di caldo, è un capolavoro di miopia amministrativa. L’idea di rispolverare la DAD, strumento che durante la pandemia di Covid-19 ha dimostrato di essere un catastrofico fallimento pedagogico e sociale, rappresenta uno schiaffo in pieno viso a studenti e docenti. Invece di programmare interventi strutturali seri, si preferisce la scorciatoia della chiusura, assecondando le ingiustificate psicosi delle cosiddette mammine pancine, sempre pronte a gridare allo scandalo sui social network per un grado in più sul termometro. Si istituzionalizza l’ansia trasformandola in un provvedimento, dimenticando che la scuola dovrebbe essere il baluardo della normalità e non il palcoscenico per le nevrosi collettive.

Il cortocircuito del calendario: le scuole iniziano, i bollettini finiscono

Ma è analizzando le date che questa direttiva si rivela per quella che è: una clamorosa, gigantesca presa in giro. Le scuole, infatti, in Sicilia riapriranno i battenti martedì prossimo, 15 settembre. Ebbene, proprio a partire da quella data, l’allarme caldo cesserà formalmente di esistere. Non perché lo decida il meteo, che peraltro sta già portando il fresco e l’autunno in tutta Italia spazzando via l’anticiclone da domani al Nord e da questo weekend anche al Sud, ma perché il sistema istituzionale che decreta le allerte spegnerà i motori. Il Ministero della Salute, infatti, cesserà esattamente in quei giorni le sue pubblicazioni. Il tanto temuto bollino rosso per il caldo, l’unico parametro legale su cui si basa l’ordinanza del sindaco, semplicemente non verrà più emesso. Stiamo quindi parlando di una direttiva concepita per gestire un’emergenza che, dal momento in cui gli studenti entreranno in classe, non potrà tecnicamente e burocraticamente verificarsi. Un teatrino dell’assurdo costruito a tavolino per guadagnare qualche titolo sui giornali.

Come funziona davvero il sistema di sorveglianza sulle onde di calore

Per comprendere appieno la dimensione di questa farsa, è doveroso spiegare come opera la macchina delle allerte meteo-sanitarie. Il sistema di sorveglianza sulle onde di calore del Ministero della Salute, infatti, è attivo ogni anno in una finestra temporale ben precisa: da metà maggio a metà settembre. Questo apparato monitora costantemente 27 città capoluogo italiane con un obiettivo molto serio, ovvero prevenire le conseguenze sanitarie delle elevate temperature, specialmente per i soggetti fragili. I bollettini ufficiali vengono pubblicati quotidianamente entro le ore 11:00 sul portale del Ministero e offrono una previsione stratificata a 24, 48 e 72 ore. Questo preavviso tempestivo e vitale consente alle Aziende Sanitarie Locali (ASL), ai medici di medicina generale, alle strutture per anziani e alla Protezione Civile di attivare i protocolli di emergenza territoriali e i numeri verdi dedicati. Utilizzare uno strumento sanitario di tale importanza, ormai giunto al capolinea stagionale, come clava politica per annunciare scuole chiuse preventivamente a metà settembre, denota una strumentalizzazione che rasenta il ridicolo.

Il ritorno della DAD: un fallimento pedagogico spacciato per prevenzione

In tutto questo, ciò che indigna maggiormente è la leggerezza con cui si richiama in vita la didattica a distanza. L’incubo della scuola da casa ha lasciato cicatrici profonde: ha moltiplicato l’abbandono scolastico, ha azzerato la socialità, ha amplificato le disuguaglianze e ha compromesso la salute psicologica di un’intera generazione. Pensare che oggi, dopo aver constatato il totale fallimento di quel modello, si possa ricorrere alla telecamera spenta di un computer per arginare un inesistente pericolo climatico autunnale, è inaccettabile. La scuola è presenza, è confronto, è fatica e condivisione. Derubricare l’istituzione scolastica a un servizio on-demand che si può accendere o spegnere a seconda delle allerte meteo significa distruggerne il valore educativo e costituzionale.

Nessun investimento reale, solo propaganda sulla pelle delle famiglie

L’ipocrisia finale della direttiva risiede nella postilla che salva dalla chiusura i soli plessi dotati di impianti di climatizzazione adeguati. Una foglia di fico che maschera decenni di immobilismo sull’edilizia scolastica. Anziché stanziare fondi veri per mettere in sicurezza e ammodernare gli edifici, isolandoli termicamente e dotandoli di sistemi di areazione moderni, si scarica la colpa sul clima e il peso sulle famiglie. Saranno proprio i genitori lavoratori, ancora una volta, a dover gestire l’incertezza e a dover riorganizzare le proprie vite nel caso in cui un politico in cerca di visibilità decidesse di chiudere i cancelli. Non c’è alcun reale interesse per il benessere degli studenti in questo provvedimento; c’è solo un disperato bisogno di propaganda politica a basso costo, cavalcando emergenze inesistenti per fingere di governare una città che, in realtà, avrebbe bisogno di ben altra concretezza.