Il traguardo storico è stato tagliato e i festeggiamenti per il successo della missione del 28 settembre sono ancora in corso, eppure il lavoro per trasformare il veicolo di lancio più potente mai costruito in una flotta pienamente operativa è tutt’altro che terminato. Il 14° volo di Starship ha dimostrato che la mastodontica navicella SpaceX può spingersi oltre l’atmosfera terrestre e rilasciare i carichi, dando il via alla costruzione di una costellazione di telecomunicazioni che prevede fino a 100mila satelliti in orbita. Adesso i tecnici si trovano di fronte a ostacoli ingegneristici estremamente complessi per poter garantire una vera sostenibilità su larga scala per i viaggi interplanetari. Raggiungere la stabilità orbitale rappresenta infatti un trionfo fondamentale per l’esplorazione dello Spazio, tuttavia la vera e propria rivoluzione del settore aerospaziale passerà inevitabilmente attraverso la dimostrazione pratica di 3 capacità critiche che permetteranno all’essere umano di viaggiare nel Sistema Solare.
La cattura al volo e le nuove piattaforme
Il primo scoglio pratico da superare riguarda il recupero del secondo stadio del veicolo. Le gigantesche braccia meccaniche della torre di lancio hanno già afferrato con successo il booster Super Heavy in 3 precedenti occasioni, tuttavia l’azienda deve ancora tentare la spettacolare presa al volo di Ship, che misura ben 52 metri di altezza e ha finora concluso le missioni con ammaraggi oceanici. Questa complessa manovra potrebbe essere tentata già a partire dal 15° volo, provvisoriamente programmato per il 19 ottobre. L’obiettivo a lungo termine rimane impressionante, poiché si punta a garantire la sbalorditiva cifra di 10mila lanci l’anno entro il 2030. Per sostenere questi ritmi vertiginosi le 2 attuali piattaforme texane non basteranno, per questo motivo i cantieri si stanno espandendo con la costruzione di 3 nuove basi in Florida e un gigantesco complesso in Louisiana. Quest’ultimo richiederà fondi per 100 miliardi di dollari e comprenderà 12 rampe di lancio per gestire i futuri viaggi verso lo Spazio.
Il rifornimento in orbita per la Luna e Marte
La 2ª sfida cruciale è il trasferimento di propellente lontano dalla Terra. Sebbene la maggior parte delle missioni rimarrà nell’orbita terrestre per dispiegare 1 milione di satelliti legati al progetto Starmind, le spedizioni verso la Luna e Marte richiederanno quantità di carburante enormemente superiori. La NASA ha scelto questo specifico vettore per il programma Artemis, con l’intento di costruire una base vicino al Polo Sud della Luna. A causa dell’eccessivo peso strutturale, la navicella non può decollare con i serbatoi completamente pieni, rendendo necessario l’aggancio con speciali veicoli cisterna direttamente nel vuoto orbitale. Per ogni singolo viaggio verso il suolo lunare potrebbero servire da 8 a 20 missioni esclusive di rifornimento. Un primo test interno di trasferimento propellente è già avvenuto durante il 3° volo, ma il travaso vero e proprio tra 2 astronavi diverse rimane una manovra del tutto inedita.
Un ambiente sicuro per gli astronauti
L’ultimo e forse più delicato obiettivo è il completo adattamento del modulo per il volo umano. Progettato fin dall’inizio per rendere fattibile un futuro insediamento stabile su Marte, il razzo deve integrare complessi sistemi di supporto vitale prima di poter accogliere un equipaggio in carne ed ossa. Il tempo stringe, in quanto la NASA prevede di lanciare la missione Artemis III a metà del 2027. Il veicolo dovrà essere assolutamente pronto e collaudato per la successiva missione Artemis IV del 2028, che segnerà il ritorno di un equipaggio nei pressi del Polo Sud della Luna dopo l’ormai lontano sbarco dell’Apollo 17 avvenuto nel 1972. I progettisti dispongono già dell’esperienza accumulata con la capsula Crew Dragon, giunta al 20° volo con equipaggio, un bagaglio tecnico prezioso per accelerare le tempistiche ed evitare di farsi superare dai concorrenti che puntano ai medesimi obiettivi.


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